Israele si prende la Cisgiordania: l’annessione silenziosa passa dal catasto

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Israele avvia la registrazione delle terre in Area C: chi non dimostra la proprietà rischia l’esproprio. Una misura che secondo Peace Now e l’ANP viola il diritto internazionale e apre la strada a nuovi insediamenti. L’annessione avanza per via amministrativa.

Cisgiordania, l’annessione per decreto catastale

Il governo israeliano ha scelto una strada che non ha bisogno di carri armati: basta un registro. Se i palestinesi non dimostreranno con documenti ineccepibili la proprietà delle loro terre in Cisgiordania, quelle stesse terre verranno dichiarate “proprietà statale”. È il piano sostenuto dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, dal ministro della Giustizia Yariv Levin e dal ministro della Difesa Israel Katz: una procedura amministrativa che, sotto la patina della legalità, rischia di tradursi in un’espropriazione su larga scala.

La misura riguarda l’Area C, circa il 60% della Cisgiordania secondo la suddivisione stabilita dagli Accordi di Oslo negli anni Novanta. In quell’intesa, quell’area era destinata a costituire parte sostanziale di un futuro Stato palestinese, pur restando temporaneamente sotto controllo civile e militare israeliano. Oggi vi abitano oltre 300mila palestinesi e decine di migliaia di coloni israeliani. La differenza è che i primi dovranno dimostrare di essere proprietari delle loro terre; i secondi, spesso, sono già protetti da infrastrutture e normative favorevoli.

La procedura è semplice, almeno sulla carta: apertura del processo di registrazione, richiesta di titoli di proprietà, verifica. Il problema è che parliamo di territori attraversati da guerre, occupazioni, trasferimenti forzati e distruzioni. Documenti smarriti, archivi incompleti, mappe risalenti al periodo ottomano o al mandato britannico. In questo contesto, pretendere una prova documentale impeccabile non è amministrazione: è selezione.

L’Area C come laboratorio dell’annessione

Negli ultimi mesi il governo israeliano aveva già approvato misure per rafforzare il controllo sull’Area C: l’abolizione del divieto di vendita di terreni a cittadini israeliani ebrei e la pubblicazione dei registri catastali finora riservati. Il divieto risaliva all’amministrazione giordana (1948-1967), che limitava l’acquisto diretto di terreni da parte di non musulmani. La sua rimozione non è neutra: apre la porta a transazioni più rapide e a una normalizzazione degli insediamenti.

Il movimento israeliano Peace Now ha definito il nuovo processo una gigantesca appropriazione mascherata. Se vaste porzioni di territorio verranno dichiarate “terra demaniale”, sarà più semplice pianificare nuovi insediamenti, strade, infrastrutture. L’annessione non verrà proclamata in conferenza stampa: si costruirà metro dopo metro, pratica dopo pratica.

Sul piano giuridico, la questione è meno ambigua di quanto si voglia far credere. Il diritto internazionale umanitario – dalla Quarta Convenzione di Ginevra in poi – vieta alla potenza occupante di confiscare o colonizzare territori occupati. La comunità internazionale considera la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, territorio palestinese occupato. Israele, che ne esercita il controllo effettivo, contesta questa lettura o la interpreta in modo restrittivo. Il risultato è uno stallo normativo in cui la forza dei fatti tende a prevalere sui richiami diplomatici.

Proteste rituali e silenzi strategici

L’Autorità Nazionale Palestinese ha condannato il piano definendolo una minaccia diretta alla stabilità e un passo verso il consolidamento dell’occupazione. Hamas lo ha bollato come “nullo e privo di valore”. Dichiarazioni prevedibili, che però non modificano l’equilibrio sul terreno.

Più interessante è il silenzio di alcuni attori chiave. Gli Stati Uniti, teoricamente i garanti del processo di pace, non hanno finora espresso una presa di posizione netta sulla misura specifica. L’Area C diventa così un laboratorio silenzioso di ridefinizione territoriale.

I ministri israeliani parlano di “certezza giuridica” e di tutela degli interessi nazionali. È una formula elegante per dire che la priorità è consolidare il controllo. Che i palestinesi siano titolari storici di quelle terre, o che abbiano difficoltà oggettive a produrre documenti dopo decenni di occupazione, non entra nella narrazione ufficiale.

Il punto non è negare la complessità del conflitto né ignorare gli atti violenti compiuti da gruppi armati palestinesi. Ma trasformare un territorio conteso in un puzzle catastale, dove chi non esibisce il documento giusto perde la terra, non è un gesto tecnico. È una scelta politica che ridisegna i confini senza dichiararlo apertamente.

Se l’Area C verrà progressivamente incorporata nel sistema amministrativo israeliano, la prospettiva di uno Stato palestinese contiguo e sovrano si allontanerà ulteriormente. Non serviranno nuove mappe: basterà aggiornare i registri. E quando il diritto viene ridotto a procedura, l’annessione può indossare la cravatta della legalità.

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