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In nome delle “donne iraniane”: quando la guerra si traveste da emancipazione

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In nome delle donne iraniane si invocano sanzioni e guerra. Ma a pagare sono proprio loro. L’emancipazione non nasce dalle bombe né dall’occidentalizzazione forzata, ma da processi interni, sovranità e pace. Il resto è propaganda geopolitica.

Bombardare per emancipare: il paradosso occidentale

C’è un curioso tipo di filantropia che circola con insistenza nel dibattito pubblico occidentale: quella che dice di stare “dalla parte delle donne iraniane” mentre invoca sanzioni, isolamento e – sempre più spesso – bombardamenti. Una solidarietà rumorosa, emotiva, impeccabile nei post social, ma sorprendentemente disinvolta quando si tratta di accettare che a pagare il prezzo dell’“emancipazione” siano corpi concreti, vite quotidiane, famiglie intere.

Le sanzioni economiche, presentate come strumenti di pressione morale, producono effetti molto meno simbolici: povertà, carenza di medicinali, accesso limitato al cibo e ai servizi essenziali. Colpiscono in modo diretto le donne, soprattutto quelle che devono garantire la sopravvivenza dei figli. Eppure, nel racconto dominante, la responsabilità di questa condizione viene attribuita esclusivamente al regime iraniano, mentre l’impatto delle misure occidentali viene accuratamente rimosso.

Qui si ripete un copione già visto: prima si strangola economicamente un paese, poi si indica il caos sociale come prova dell’“urgenza umanitaria”, infine si legittima l’intervento armato. Il tutto in nome di valori universali che, curiosamente, trovano applicazione solo dove coincidono con interessi strategici.

Geopolitica travestita da femminismo

Quando leader come Benjamin Netanyahu si rivolgono agli iraniani promettendo “liberazione”, la questione dovrebbe apparire evidente anche ai più distratti: nessuna potenza regionale o globale pianifica una guerra per altruismo. L’eventuale aggressione all’Iran risponderebbe a logiche di dominio e riequilibrio geopolitico, non certo alla condizione delle donne.

Israele punta a eliminare l’unico attore regionale in grado di contrastarne l’egemonia militare e politica in Medio Oriente. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mirano a rafforzare il controllo sulle rotte energetiche, a contenere l’influenza cinese e a indebolire ulteriormente la Russia. In questo scenario, i diritti delle donne diventano un argomento spendibile, una cornice morale utile a rendere presentabile ciò che resta un progetto di potenza.

Colpisce, semmai, l’adesione acritica di settori che si definiscono progressisti o femministi a questa narrazione. Ex rivoluzionari che oggi scoprono il valore dell’intervento armato, purché confezionato in un linguaggio inclusivo. Una conversione improvvisa, che trasforma la guerra in un atto pedagogico e la sovranità in un fastidio.

Le donne iraniane non sono un simbolo

L’Iran non è un paese idilliaco, e negare le restrizioni che gravano sulle libertà femminili sarebbe disonesto. Ma è altrettanto falso descriverlo come un luogo immobile, privo di dinamiche interne, incapace di evoluzione. La società iraniana è attraversata da conflitti, dibattiti, tensioni generazionali. Le donne ne sono protagoniste, non comparse in attesa di salvataggio.

Una parte significativa della diaspora iraniana, spesso amplificata dai media occidentali, parla più il linguaggio dell’Occidente che quello del paese da cui proviene. Non rappresenta automaticamente le donne iraniane, ma finisce per sovrapporsi a esse, zittendole. In nome della libertà, si impone un modello unico di emancipazione, che coincide casualmente con lo stile di vita occidentale.

La libertà, però, non cresce sotto le bombe né attraverso l’umiliazione culturale. È un processo interno, lento, contraddittorio, che si nutre di istruzione, sicurezza materiale, autodeterminazione collettiva. Un paese assediato, minacciato, costretto a difendersi, tende a irrigidirsi, non ad aprirsi.

Pensare che l’emancipazione delle donne passi dallo “sterminio culturale” o dall’occidentalizzazione forzata significa non aver compreso né l’Iran né il femminismo. Le donne non sono una categoria astratta, né una versione incompleta del maschio. Sono plurali, situate, storiche. E quando qualcuno pretende di parlare a loro nome imponendo un solo modello di “donna libera”, non sta abolendo un dominio: lo sta semplicemente sostituendo.

Difendere le donne iraniane, oggi, significa difendere il loro diritto alla vita, alla pace, alla sovranità culturale. Tutto il resto è propaganda. E spesso, propaganda armata.

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Sira Beker
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