www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il crollo del rial non è solo una crisi economica: è il segno di uno scontro feroce tra istituzioni iraniane. Tra sanzioni, lotte di potere e proteste, l’Iran rischia la restaurazione o – più probabilmente – una trasformazione lenta e non rivoluzionaria.
Iran, il rial che crolla e il potere che si azzanna
L’Iran di oggi non è semplicemente un Paese in difficoltà economica. È un sistema che sta litigando con se stesso mentre affonda, trasformando la crisi valutaria in una resa dei conti tra apparati, fazioni e istituzioni che condividono il potere solo nominalmente. Il crollo del rial non è un incidente di percorso, né l’ennesima conseguenza meccanica delle sanzioni: è il sintomo visibile di un cortocircuito politico che si consuma ai vertici della Repubblica islamica.
La morte di Ebrahim Raisi ha accelerato un processo già in atto. Con lui scompare un presidente allineato senza esitazioni alla Guida suprema Ali Khamenei, un garante dell’ortodossia rivoluzionaria più che un decisore autonomo. Il suo successore, Masoud Pezeshkian, è stato raccontato in Occidente come un “riformista”. Definizione comoda, ma scorretta. Pezeshkian è un moderato, non un oppositore del sistema: resta pienamente interno alla teocrazia, ma ne interpreta le rigidità con un pragmatismo che oggi, in Iran, suona quasi sovversivo.
Il punto è semplice: senza un alleggerimento delle sanzioni, l’economia iraniana non regge. Pezeshkian lo sa e lo dice. Ed è proprio questo che lo rende indigesto ai settori più ideologici del potere, a partire dai nazionalisti sciiti e dalle Guardie rivoluzionarie, per i quali il conflitto permanente con l’Occidente non è un problema, ma una risorsa politica.
Il rial come arma politica
La crisi valutaria è diventata il terreno su cui si combatte questa guerra intestina. Il rial ha toccato nuovi minimi storici, superando quota 1,34 milioni per dollaro sul mercato aperto di Teheran. Numeri che, in qualsiasi altro Paese, basterebbero a parlare di emergenza nazionale. In Iran, invece, diventano un’arma.
Secondo l’analisi di al-Monitor, l’ultima escalation non nasce solo da dinamiche di mercato, ma da uno scontro frontale tra istituzioni. Il capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni Ejei, ha puntato il dito contro la Banca centrale, accusandola di inerzia e cattiva gestione. Tradotto: la colpa non è del sistema, ma di chi non lo difende abbastanza.
Il primo a pagare è stato Mohammad Reza Farzin, presidente della Banca centrale, sacrificato come capro espiatorio. Ma la sua rimozione non risolve nulla. Serve piuttosto a ribadire un principio caro all’establishment più duro: quando le cose vanno male, si epura; quando vanno peggio, si stringono ancora di più le viti.
Il vero nodo resta politico. Senza un accordo sul nucleare e senza una riapertura dei canali con l’Onu e con l’Occidente, la spirale è destinata a continuare. E come spesso accade nelle rivoluzioni incompiute, il rischio non è il cambiamento, ma una restaurazione ancora più feroce.
Tra autodeterminazione e disintegrazione
Il popolo iraniano si muove da decenni su un crinale instabile. La protesta è una costante della storia recente del Paese, ben precedente alla rivoluzione del 1979. Ma ogni ondata di mobilitazione si scontra con tre fattori strutturali: le ingerenze esterne, le lotte interne per il potere e una pressione economica che sarebbe devastante per qualsiasi società.
Le sanzioni, l’isolamento, il finanziamento di gruppi armati all’estero, la corruzione interna: tutto concorre a rendere esplosiva una situazione già fragile. L’alternativa, però, non è rassicurante. Lo spettro è quello di una “liberazione” eterodiretta, sul modello iracheno o afghano, oppure di governi formalmente più morbidi ma profondamente condizionati da Stati Uniti e Israele. Un esito che, in un Paese multietnico come l’Iran, rischierebbe di aprire la strada a frammentazioni territoriali: curdi, beluci, azeri sono identità radicate, facilmente strumentalizzabili in uno scenario di caos controllato.
C’è poi un elemento più sottile e più ipocrita: la strumentalizzazione delle proteste. Le stesse potenze che oggi si commuovono per il coraggio degli iraniani non hanno avuto alcun problema, negli ultimi settant’anni, a destabilizzare il Paese: dal colpo di Stato contro Mossadeq all’appoggio a Saddam Hussein, fino alle sanzioni di “maximum pressure” introdotte in piena pandemia. Una filiera di cinismo che rende grottesche molte improvvise conversioni ai diritti umani.
Eppure, tra riforma e rivoluzione esiste uno spazio politico che spesso viene ignorato. Come osserva Vali Nasr, l’Iran potrebbe attraversare una trasformazione profonda senza una rottura rivoluzionaria, in modo non dissimile dalla Cina post-maoista. Le proteste “Donne, Vita, Libertà” non hanno abbattuto il regime, ma hanno prodotto concessioni reali, anche se non codificate. Piccole capitolazioni, apparentemente insufficienti, che nel tempo possono erodere l’autorità dello Stato dall’interno.
Forse è questa la chiave più realistica: un processo lento, conflittuale, senza catarsi. Un popolo che non fa la rivoluzione, ma costringe il potere a retrocedere centimetro dopo centimetro. Meno eroico, meno telegenico. Ma, viste le alternative, probabilmente meno distruttivo.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













