www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Hezbollah sceglie la resistenza a oltranza sul terreno, puntando a logorare Israele. Ma la risposta è una strategia di distruzione totale in stile Gaza: città svuotate, infrastrutture colpite, oltre un milione di sfollati. Il Libano rischia di essere cancellato.
Il Libano verso il modello Gaza
La narrazione dominante racconta un Libano travolto e un Hezbollah in affanno. Poi si guarda meglio, e il quadro si incrina. Perché sul terreno emerge un dato meno comodo: la resistenza non solo c’è, ma si sta organizzando per durare. Non per vincere — almeno non nel senso classico — ma per non cedere.
Hezbollah ha chiarito il proprio orizzonte con un linguaggio che non lascia spazio a interpretazioni: guerra esistenziale, resistenza a oltranza, scontro finale sul terreno. Non nei cieli, dove Israele domina, ma nel sud del Libano, dove il vantaggio tecnologico si assottiglia e il conflitto torna a essere fisico, territoriale, sporco.
“Li aspettiamo”, fanno sapere fonti vicine al Partito di Dio. Tradotto: la strategia non è evitare l’impatto, ma trascinarlo nel luogo più favorevole. È la logica classica delle guerre asimmetriche: se non puoi competere sulla potenza, sposti il confronto sulla durata.
E in effetti, dopo oltre un anno di bombardamenti quasi unilaterali, la risposta è arrivata. Non come offensiva risolutiva, ma come scelta di non arretrare. Un cambio di postura che rompe il copione atteso. Il problema è che questa resistenza si innesta dentro uno scenario devastante.
Israele ha già causato centinaia di morti e oltre un milione di sfollati in poche settimane. Intere aree del sud sono state svuotate, Beirut colpita anche nei suoi quartieri centrali, infrastrutture civili distrutte sistematicamente. Non è più una pressione militare selettiva: è un processo di disarticolazione territoriale.
Resistere per non sparire
Per Hezbollah, la partita è più ampia del Libano. È legata all’asse con Teheran e allo scontro regionale con gli Stati Uniti. Se l’Iran regge, allora la resistenza acquista senso strategico. Se crolla, il prezzo politico sarà enorme.
Ma anche all’interno del Libano qualcosa si muove. La sofferenza sociale cresce, gli sfollati aumentano, le crepe nel consenso iniziano a emergere. Eppure, nonostante tutto, una parte consistente della popolazione continua a leggere il conflitto in termini identitari: non una scelta, ma una necessità. Ed è qui che il paradosso diventa evidente: una guerra che devasta il Paese viene percepita, da chi la combatte, come l’unico modo per evitarne la scomparsa politica.
Il modello Gaza applicato al Libano
Sul fronte opposto, la strategia israeliana appare sempre meno ambigua. Non si tratta soltanto di neutralizzare Hezbollah, ma di ridisegnare lo spazio. Svuotarlo, frammentarlo, renderlo ingestibile.
La distruzione delle infrastrutture civili, gli attacchi a ospedali e soccorritori, l’evacuazione forzata di intere aree seguita dai bombardamenti: tutto richiama un modello già visto. Gaza non come eccezione, ma come precedente. Il messaggio è implicito ma chiaro: togliere al nemico il territorio significa togliere al nemico la possibilità stessa di esistere.
La popolazione civile diventa variabile strategica. Non bersaglio dichiarato, ma effetto necessario. Più il territorio si svuota, più il controllo diventa semplice. E mentre si discute di operazioni “mirate” e “limitate”, il dato materiale racconta altro: un Paese progressivamente disarticolato, con un sistema sanitario sotto pressione e una crisi umanitaria fuori controllo.
Il risultato è una guerra che non assomiglia più a un conflitto tradizionale. È una competizione tra due logiche incompatibili: da un lato la resistenza che punta a durare, dall’altro una strategia che punta a cancellare le condizioni stesse della resistenza.
Nel mezzo, un milione di sfollati e una domanda che resta sospesa: quanto può resistere un Paese prima di smettere di esistere?

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- L’Occidente e il martirio incomprensibile del nemico
- Che vi piaccia o meno, quella dell’Iran è una guerra anticoloniale
- Nigeria, tra guerra e fintech: il Paese dove jihadisti e startup convivono
- Un Paese senza passato: come l’Italia ha smesso di capire se stessa
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













