Gaza spa: l’Italia chiede uno strapuntino alla corte del “board” dei colonizzatori

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Il governo Meloni partecipa come osservatore al Board of Peace voluto da Trump, organismo privato nato a Davos e presieduto a vita dal presidente USA. Un club miliardario per la “ricostruzione” di Gaza che fa carta straccia di quel che resta del “diritto internazionale” e dell’esangue autonomia italiana.

Gaza spa: l’Italia alla corte del costruttore in capo

Il governo guidato da Giorgia Meloni su Gaza ha praticato per mesi un’arte sottile: il silenzio. Nessuna iniziativa politica autonoma, nessuna presa di posizione incisiva sul piano diplomatico, nessuna parola fuori spartito atlantico. Poi, all’improvviso, ecco l’illuminazione: partecipare come “osservatore” al primo incontro del cosiddetto Board of Peace, organismo privato nato a Davos nel gennaio 2026 e presieduto a vita da Donald Trump.

Già il nome meriterebbe un premio per l’ironia involontaria. “Board of Peace”: un club esclusivo – si entra solo su invito personale del fondatore – incaricato, secondo lo statuto, di promuovere stabilità e ricostruzione nelle aree di conflitto. Un dettaglio non trascurabile: Trump detiene un diritto di veto assoluto su ogni decisione. Non in quanto presidente degli Stati Uniti, ma in quanto Donald Trump. Siamo oltre la diplomazia parallela: siamo alla privatizzazione della geopolitica.

Il club dei ricostruttori (a pagamento)

Nel consiglio siedono figure che con la neutralità multilaterale hanno un rapporto, diciamo, elastico: Jared Kushner, già consigliere e genero del presidente; l’immobiliarista Steve Witkoff; il segretario al Commercio Howard Lutnick; il finanziere Marc Rowan, ceo di Apollo Global Management. L’idea che questo consesso sia chiamato a “garantire la stabilità” suona come un paradosso scritto da un umorista cinico.

Eppure l’Italia ha deciso di esserci. “Osservatrice”, si precisa. Come se la presenza non implicasse legittimazione politica. Come se non si trattasse di un organismo totalmente privato che si sovrappone alle sedi ufficiali – ONU, UE, diritto internazionale – con una logica selettiva e proprietaria. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva già relativizzato il peso del diritto internazionale (“conta fino a un certo punto”). Ora la linea sembra ancora più disinvolta: contano i rapporti, non le regole.

La giustificazione addotta è di una franchezza quasi commovente: bisogna mantenere buoni rapporti con Trump. Tradotto: realpolitik, selfie diplomacy, accesso alla corte. Nessun imbarazzo per l’architettura statutaria del Board, nessuna obiezione alla concentrazione di potere personale, nessuna riflessione sull’opportunità di affidare la “ricostruzione” di Gaza a un organismo che nasce nel contesto del World Economic Forum e si muove con criteri da private club.

Servilismo atlantico e amnesie costituzionali

L’Italia, che nella sua Costituzione “ripudia la guerra”, si trova così a partecipare – sia pure come spettatrice – a un dispositivo che rischia di trasformare una tragedia umanitaria in un’opportunità di investimento. Perché questo è il nodo: la ricostruzione come business. Non è un mistero che l’annuncio del Board abbia coinciso con un’impennata del titolo di Trump Media & Technology Group, passato – secondo dati di mercato – da circa 38 a oltre 80 dollari in poche settimane. Il patrimonio personale di Trump è cresciuto sensibilmente. Coincidenze? Forse. Ma le coincidenze, in finanza, hanno spesso una regia.

La scelta italiana non è solo discutibile sul piano etico; è politicamente miope. L’Unione europea, pur con tutte le sue ambiguità, dispone di strumenti diplomatici e finanziari propri. Partecipare a un organismo privato con governance personalistica significa accettare una marginalizzazione strategica e una subordinazione simbolica. È il contrario dell’autonomia.

C’è poi una questione di metodo democratico. Se la ricostruzione di un territorio devastato viene affidata a un board selezionato per cooptazione e contributo economico, quale spazio resta per la rappresentanza dei palestinesi? Quale per il diritto internazionale umanitario? L’idea che la pace possa essere amministrata come un fondo di investimento non è solo cinica: è pericolosa.

Si dirà che l’Italia “osserva”, che non c’è impegno vincolante. Ma in politica estera le presenze contano. Legittimano. Offrono copertura. E soprattutto segnalano priorità. In questo caso la priorità non sembra essere la tutela di un ordine giuridico multilaterale, bensì la fedeltà personale a un leader che ha fatto dell’unilateralismo il proprio marchio.

Il servilismo non è una categoria morale, è una postura strategica. E quando diventa sistemico, produce irrilevanza. L’Italia, anziché farsi promotrice di una soluzione fondata su diritto e responsabilità internazionale, sceglie di sedersi – anche solo in platea – nel club dei ricostruttori a pagamento. Gaza come progetto immobiliare globale. La pace come brand. E noi, disciplinati, in prima fila.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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