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Trump nomina il Board of Peace per Gaza: Blair, Kushner, Rubio e due finanzieri internazionali. Un mix di parenti, ex leader e manager filoisraeliani supervisionerà la ricostruzione, tra simbolismo e conflitti d’interesse, mentre la pace rimane fragile e lontana.
Trump e i garanti della pace: Gaza sotto supervisione americana
Quando Washington annuncia un “Board of Peace” per Gaza, non si può fare a meno di sorridere. Tony Blair, già protagonista (in negativo) della guerra in Iraq, viene chiamato a vegliare sulla ricostruzione di una Striscia di Gaza ridotta a cumuli di macerie. Accanto a lui, Jared Kushner e Marco Rubio – ovvero il genero e il politico di casa Trump – a ricordare che in diplomazia, come in famiglia, contano più i legami che le competenze.
La presidenza del comitato esecutivo va all’ingegnere palestinese Ali Shaath, 67 anni, ex viceministro dei Trasporti dell’Autorità Nazionale Palestinese. Un nome serio, seppur stretto nella morsa di un board dominato da Washington e dai suoi volti più noti.
La strategia americana è chiara: una squadra di “supervisori” con il compito di coordinare la ricostruzione, ma senza alcuna garanzia di ritiro israeliano o disarmo dei gruppi armati palestinesi. Tradotto: un precario equilibrio tra propaganda e realtà, dove il “cessate il fuoco” diventa un simbolo instabile di una pace lontana e virtuale. Se Gaza è ridotta a laboratorio di sperimentazione geopolitica, Trump ha scelto i suoi collaudatori preferiti.
Diplomazia familiare e finanza globale
Il duo Kushner-Blair ha già dimostrato capacità persuasiva verso i Paesi del Golfo, facilitando gli accordi di normalizzazione. Ora Blair si trova nel comitato esecutivo accanto a Nickolay Mladenov, ex ministro bulgaro e mediatore Onu tra Israele e Palestina, un uomo rispettato da entrambe le parti e fermo critico di Hamas. Mladenov è l’unico volto che ispira fiducia, ricordando ai belligeranti che una “vittoria militare totale” a Gaza equivarrebbe a creare una nuova Somalia.
A completare il board due colossi della finanza: Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale ed ex numero uno di Exor, e Mark Rowan, Ceo del fondo Apollo, ultra-pro Israele e donatore di Trump. Banga porta la supervisione contabile internazionale e legittimazione politica; Rowan garantisce l’adesione incondizionata agli interessi israeliani. Il quadro è chiaro: Gaza non viene ricostruita come territorio autonomo, ma come laboratorio controllato dall’America, dove la diplomazia si intreccia con il potere finanziario e il sostegno politico filoisraeliano.
In questa squadra, le relazioni personali e i conflitti di interesse contano più di strategie concrete. La pace annunciata sembra più un esercizio simbolico che un progetto reale: un board che mescola l’utile politico con la reputazione internazionale, senza prospettiva di vera soluzione per i palestinesi.
Se l’obiettivo era creare un board credibile, la scelta dei membri suggerisce perfettamente il contrario: un cast hollywoodiano di esperti in comunicazione e controllo, più che in diplomazia reale.
L’ironia finale sta proprio nella loro composizione: uomini e donne con passato ingombrante – Blair e Kushner su tutti – accanto a manager e finanzieri che hanno fatto della globalizzazione il loro regno, pronti a “supervisionare” una pace che nessuno dei presenti rischia di perdere o guadagnare personalmente. E mentre Trump sventola un cessate il fuoco fragile come carta velina, la Striscia di Gaza resta sospesa tra retorica e realtà, con nomi di peso e volti noti a dirigere ciò che appare più un grande show mediatico che un progetto serio di pace.

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