Forza Italia, partito o dinastia? Il potere che non passa dalle urne

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Fanno discutere le dimissioni di Maurizio Gasparri decise da Marina Berlusconi: in Forza Italia le decisioni non seguono la rappresentanza ma la genealogia: il partito appare sempre più una struttura ereditaria. Più che politica, una dinastia adattata alla democrazia.

Forza Italia, ovvero la politica per via ereditaria

C’è qualcosa di irresistibilmente grottesco nell’entusiasmo con cui una parte del commentariato mediatico ha accolto le recenti dimissioni nel centrodestra: son venute giù le teste (metaforicamente!) di Delmastro, della Bartoluzzi e della Santanchè. Come se ci trovassimo di fronte a un evento raro, quasi mitologico: la responsabilità politica che si manifesta. Una comparsa fugace, degna di cronache medievali più che della Seconda Repubblica.

Ancor più sorprendente, per le modalità, è stato l’affair Gasparri. Eppure, mentre si celebra il dettaglio – una poltrona che salta, una figura che si ritira – si continua a ignorare la struttura. E la struttura, nel caso di Forza Italia, merita una riflessione meno indulgente.

Il partito che non decide

Formalmente, il partito è guidato da Antonio Tajani. Figura istituzionale, curriculum europeo, passato monarchico rivendicato con una certa eleganza d’antan. Ma la formalità, si sa, è una cosa; la sostanza, un’altra.

Perché poi accade che il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri – un percorso politico che attraversa senza imbarazzo la destra più tradizionale – quella fascista – venga sostituito da Stefania Craxi, erede di una storia socialista anni Ottanta. Una staffetta che, più che rispondere a una logica politica riconoscibile, sembra obbedire a un criterio quasi ornamentale: un equilibrio simbolico, più che programmatico.

E qui entra in scena la variabile decisiva: Marina Berlusconi. Non eletta, non nominata, non formalmente coinvolta. Eppure centrale. Non per funzione, ma per genealogia. Secondo tutte le ricostruzioni giornalistiche è stata lei ad esigere le dimissioni di Gasparri e imporre un cambio nella rappresentanza del partito.

In un sistema che ama definirsi liberale e rappresentativo, la figura che orienta le scelte non risponde al voto, ma al cognome. Un cognome che continua a esercitare una forza gravitazionale notevole, anche a distanza di anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi. Non solo simbolicamente, ma materialmente: il nome campeggia nel simbolo del partito e nell’articolo 1 dello statuto. Un dettaglio che, più che nostalgico, appare strutturale.

La fidejussione come mito fondativo

C’è poi un elemento che aleggia come una leggenda mai del tutto smentita: la famosa fidejussione. Una sorta di garanzia originaria, senza la quale – si diceva nei corridoi – il partito non avrebbe potuto esistere. Una narrazione che oscilla tra il folklore politico e la realtà opaca dei finanziamenti. Non importa stabilire quanto sia vera. Importa che sia plausibile perché racconta qualcosa di più profondo: l’idea di un partito che nasce non da una comunità politica, ma da un atto fondativo di natura economica. Non un movimento, ma una costruzione. Non una rappresentanza, ma un’infrastruttura.

E come tutte le infrastrutture proprietarie, tende a conservare una logica interna impermeabile ai cambiamenti esterni. Le leadership si alternano, le correnti si riorganizzano, ma il centro decisionale resta altrove. Invisibile, ma operativo.

Il risultato è una forma politica ibrida, difficilmente classificabile nei manuali. Non più partito di massa, non propriamente partito personale, ma qualcosa che somiglia a una dinastia adattata alla democrazia elettorale. Una monarchia senza corona, ma con statuto.

Nel frattempo, il dibattito pubblico continua a muoversi in superficie, oscillando tra indignazione selettiva e entusiasmo episodico. Si discute di nomine, di equilibri, di dichiarazioni. Ma raramente si affronta la questione più semplice e, insieme, più scomoda: chi decide davvero? E soprattutto: in base a quale legittimazione? Perché se la risposta è “per diritto ereditario”, allora forse il problema non è solo Forza Italia. Ma il sistema che la rende perfettamente compatibile con il resto.

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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