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I “EU Censorship Files” accusano Bruxelles di aver imposto alle Big Tech una censura extraterritoriale tramite il Digital Services Act. Nel caso Romania, pressioni e narrative UE avrebbero contribuito ad annullare le elezioni presidenziali del 2024.
The EU Censorship Files: Bruxelles sotto accusa
Si chiamano The EU Censorship Files e arrivano dal House Judiciary Committee, guidato dal repubblicano Jim Jordan. Un documento politico? Certamente. Ma anche un dossier che solleva interrogativi non banali sulla traiettoria regolatoria dell’Unione Europea in materia digitale.
L’accusa è pesante: Bruxelles avrebbe esercitato pressioni sistematiche sulle Big Tech – compresa TikTok – per adeguarsi al Digital Services Act, con effetti che avrebbero inciso non solo sugli utenti europei ma anche su quelli statunitensi. In sostanza, la normativa europea sulla moderazione dei contenuti avrebbe prodotto un effetto extraterritoriale, condizionando la libertà di espressione online anche fuori dai confini dell’UE.
Il Congresso controllato dai repubblicani colpisce Bruxelles mentre l’area trumpiana denuncia la “censura progressista”. Il bue che dà del cornuto all’asino? Forse. Ma liquidare il contenuto come pura propaganda sarebbe troppo comodo.
Il caso Romania e la narrativa dell’ingerenza
Il dossier trova il suo caso simbolo nella vicenda romena del 2024. Al primo turno delle presidenziali del 24 novembre, l’indipendente di destra Călin Georgescu ottenne il 22,9% dei voti, superando candidati più strutturati. Due giorni prima del ballottaggio, il 6 dicembre, la Corte Costituzionale della Romania annullò l’intero processo elettorale, citando documenti declassificati che denunciavano interferenze ibride russe, tra cui una campagna coordinata su TikTok con 25.000 account attivati a sostegno del candidato.
Secondo quanto riportato dal comitato americano, TikTok avrebbe informato la Commissione europea di non aver trovato prove di una campagna russa coordinata. Successivamente, un’inchiesta dell’agenzia fiscale romena ANAF – rilanciata dall’outlet investigativo Snoop.ro – indicò che la campagna su TikTok era stata finanziata dal Partito Nazionale Liberale, formazione di centro-destra pro-europea. Il PNL ha negato intenzionalità, parlando di manipolazione esterna.
Il punto non è assolvere Georgescu o santificare TikTok. Il punto è la fragilità delle prove che hanno giustificato un atto radicale come l’annullamento di un’elezione. Se la narrativa dell’ingerenza russa si basa su presupposti non verificati, il rischio è che la “lotta alla disinformazione” diventi uno strumento politico.
ONG, fondazioni e controllo dell’informazione
Il dibattito si complica quando si osserva la rete di attori coinvolti. L’Association for Technology and Internet, che aveva denunciato l’uso di account falsi, è membro di European Digital Rights. Tra i finanziatori di quest’ultima figurano fondazioni internazionali come la Open Society Foundations e l’Omidyar Network.
Il DSA parte di una tendenza europea verso una regolazione sempre più pervasiva dell’informazione online. Think tank e ONG finanziate tramite programmi USAID e NED hanno sostenuto attivamente la narrativa dell’ingerenza russa in Romania, in un’area sensibile: Bucarest ospita una delle principali infrastrutture NATO dell’Europa orientale.
Siamo davanti a una cospirazione? No. Siamo davanti a una sovrapposizione di interessi politici, strategici e regolatori che rende il concetto di “disinformazione” altamente elastico. In un’Europa che si presenta come baluardo dello stato di diritto, l’uso della censura preventiva – o della pressione regolatoria – rischia di trasformare la difesa della democrazia in una sua compressione.
La domanda finale è semplice: il Digital Services Act protegge i cittadini o li infantilizza? La risposta non può essere affidata né ai tweet del Congresso americano né alle rassicurazioni di Bruxelles. Perché quando la regolazione dell’informazione diventa terreno di scontro geopolitico, la libertà di parola smette di essere un principio e diventa una pedina.

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