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Tra Gaza, Golfo Persico e Ucraina, l’Italia si è integrata in tre conflitti attivi senza mai una dichiarazione esplicita: settecento militari nel Golfo scoperti dai giornali, droni italo-ucraini pronti a colpire la Russia. Nessun dibattito parlamentare all’altezza.
La guerra che non ha nome: come l’Italia si è ritrovata belligerante senza mai dichiararlo
C’è una differenza sostanziale, in diritto internazionale quanto in coscienza civile, tra sostenere un alleato e diventare parte di un conflitto. L’Italia degli ultimi anni ha attraversato quella linea più volte, sempre con la stessa tecnica: senza un annuncio, senza un dibattito parlamentare all’altezza della posta in gioco, lasciando che i fatti si consolidassero prima che l’opinione pubblica potesse discuterli. Il risultato è un paese che opera, di fatto, su tre fronti di crisi internazionale — Gaza, il Golfo Persico, l’Ucraina — mantenendo però il lessico rassicurante della neutralità cauta e della semplice solidarietà atlantica.
Sul primo fronte il copione è ormai collaudato da anni: accordi militari con Israele mantenuti intatti mentre Gaza veniva ridotta in macerie, veti e prudenze diplomatiche alle Nazioni Unite che hanno finito per configurare, più che una posizione neutrale, una complicità politica attiva in quello che gran parte della comunità internazionale ha definito senza mezzi termini un genocidio. Non è una forzatura retorica: è la conseguenza logica di scelte diplomatiche reiterate, ciascuna presentata come tecnica e ciascuna, sommata alle altre, capace di produrre un allineamento sostanziale.
Settecento soldati nel Golfo, scoperti per caso
Il secondo fronte è più recente e assai meno pubblicizzato. Dal marzo scorso l’Italia tiene schierati nel Golfo Persico — tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein — quasi settecento militari, equipaggiati con caccia Eurofighter, batterie antimissile SAMP-T e sistemi di contrasto ai droni: un dispositivo di guerra completo, non una missione di osservazione diplomatica. Il dettaglio più istruttivo non è la presenza in sé, discutibile ma almeno teoricamente giustificabile con la tutela di interessi energetici nazionali, quanto il modo in cui è stata gestita: l’Arabia Saudita non compariva nella delibera missioni sottoposta al Parlamento, e il ministero della Difesa ha reso pubblica l’operazione solo dopo che la stampa l’aveva già scovata. Non è un dettaglio procedurale trascurabile.
È il segnale di un esecutivo che considera il coinvolgimento militare del paese in un teatro di guerra attivo — quello del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran — una questione da gestire con la massima discrezione possibile, evitando accuratamente la parola che meglio la descriverebbe: cobelligeranza, sia pure indiretta, in appoggio a un fronte che Roma non ha mai formalmente scelto di sostenere davanti ai propri cittadini.
Droni italiani per colpire Mosca, e la finzione della neutralità
Il terzo fronte, quello ucraino, segue una traiettoria simile ma con implicazioni forse ancora più dirette. A metà aprile Volodymyr Zelensky ha incontrato a Roma Giorgia Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto, ottenendo la disponibilità italiana a sviluppare una produzione congiunta di droni militari, settore in cui — ha riconosciuto la stessa premier — l’Ucraina è ormai una potenza guida globale. L’ipotesi più concreta punta su una coproduzione con Leonardo, azienda partecipata dallo Stato italiano per oltre il 30%. A metà luglio l’iniziativa si è allargata a livello europeo con l’EU-Ukraine Drone Deal, firmato a Kiev da Ursula von der Leyen e dallo stesso Zelensky, che punta ad avviare entro fine anno la produzione congiunta di droni e sistemi anti-drone e, entro il 2028, di missili antibalistici: tra le aziende fondatrici selezionate figura anche l’italiana Fincantieri.
Mosca, dal canto suo, ha già accusato pubblicamente diverse aziende italiane di partecipare alla filiera produttiva dei droni ucraini impiegati contro il territorio russo, definendo l’intera operazione europea un rischio concreto di trascinare i paesi coinvolti in un conflitto diretto con la Federazione Russa.
Il governo continua a ripetere che le armi fornite restano confinate all’uso difensivo entro i confini ucraini, formula rassicurante quanto priva di reali meccanismi di verifica: una volta ceduta tecnologia e capacità produttiva a un paese in guerra aperta, la possibilità di controllarne l’impiego finale diventa più teorica che effettiva.
Se droni concepiti, finanziati e in parte prodotti in Italia colpiscono infrastrutture o città russe — come già avviene regolarmente sul fronte orientale — la distinzione tra sostegno logistico a un alleato e partecipazione attiva a un conflitto smette di essere una sottigliezza giuridica e diventa una domanda politica di prima grandezza, che nessuna forza parlamentare, di maggioranza o di opposizione, ha finora avuto la volontà di porre con la serietà che merita.
Quello che emerge, sommando i tre fronti, non è la fotografia di un paese neutrale che sostiene con prudenza i propri alleati storici, ma quella di uno Stato che si è progressivamente integrato in tre conflitti attivi senza mai attraversare il passaggio democratico che dovrebbe accompagnare una scelta di questa portata: un dibattito pubblico informato, un voto parlamentare esplicito, un’assunzione di responsabilità politica verso i cittadini che quella scelta la pagano, in termini di rischio militare, di risorse pubbliche e di credibilità internazionale.
La guerra, quando non viene mai chiamata con il proprio nome, non smette di essere guerra: diventa semplicemente più difficile da fermare, perché nessuno l’ha mai davvero dichiarata, e dunque nessuno può essere chiamato a risponderne.

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