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Trasformare l’immigrazione nel bersaglio di ogni problema può funzionare come slogan, ma si scontra con la realtà di un Paese che invecchia, perde lavoratori e dipende dal contributo di milioni di stranieri. La propaganda semplifica, l’economia presenta il conto.
La remigrazione non paga le pensioni: il paradosso Vannacci
C’è un uomo in Italia che sfida le leggi della fisica, della logica e, soprattutto, della vergogna. Non si tratta di uno scienziato pazzo in un laboratorio sotterraneo, ma di un generale in borghese che ha capito una cosa fondamentale: nel 2026, non conta avere ragione. Conta avere coraggio . E per “coraggio” si intende la capacità di guardare una montagna di dati, di evidenze scientifiche e di consenso internazionale, e dire: “una montagna di cazzate senza un minimo di vergogna”.
Roberto Vannacci non è un politico. È un esperimento sociale andato troppo bene, un personaggio uscito da una sitcom distopica in cui il protagonista, ogni volta che apre bocca, rompe un record di wrongness, e la platea, invece di fischiare, applaude più forte. Ma se c’è una cosa che ama più del suono della sua stessa voce, è un’unica, ossessiva, inossidabile parola d’ordine: l’immigrazione. Anzi, per essere precisi, la remigrazione. Perché quando hai un problema, la soluzione migliore è inventare una parola che sembra tecnica ma significa “mandare tutti a casa”. Anche quelli che sono a casa loro da trent’anni.
Il cavallo di battaglia (che galoppa nel vuoto)
Se Vannacci fosse un disco in vinile, sarebbe un 45 giri con un solo solco, saltato e ripetuto all’infinito: immigrazione, immigrazione, immigrazione . Gli chiedi del clima? L’immigrazione. Gli chiedi delle pensioni? L’immigrazione. Gli chiedi come sta? Probabilmente risponde che sta male a causa dell’immigrazione. È il suo one-man show, il suo monologo teatrale, il motivo per cui si alza la mattina e, si sospetta, il motivo per cui si corica la sera.
Il suo piano è semplice, geniale e, come tutte le cose semplici e geniali, irrealizzabile. Si chiama remigrazione , termine che suona come una procedura burocratica ma nasconde una poesia autoritaria: mandare indietro chi è arrivato. Chi? Tutti. Quanti? Tanti. Dove? Indietro. Quando? Subito. I dettagli sono noiosi, dice lui, lasciamoli agli esperti. Peccato che gli esperti, quelli veri, con le lauree e i fogli di calcolo, abbiano già fatto i conti e scoperto che se domani mattina si “remigrasse” anche solo una frazione significativa della popolazione straniera residente in Italia, il Paese chiuderebbe i battenti in un mese. Non metaforicamente: letteralmente.
Ospedali senza infermieri, case di riposo senza badanti, fabbriche del Nord senza operai, campagne senza braccianti, ristoranti senza cuochi, città senza pulizie. Ma Vannacci non è un uomo che si lascia intimidire dai dettagli. Anzi, i dettagli sono il nemico. Lui pensa in grande. Molto grande. Così grande da diventare vuoto.
La matematica del cuore (che non sa fare i conti)
Vannacci ha un rapporto speciale con i numeri: li ignora. L’Italia ha uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo, intorno a 1,2 figli per donna. La popolazione invecchia, le pensioni si reggono su un numero sempre più esiguo di contribuenti attivi, e il sistema produttivo ha bisogno di manodopera che semplicemente non c’è più. La risposta? “Remigriamo!” Generale: “Che c***o dici?”
E il bello è la coerenza. Vannacci, cittadino di un paese che ha esportato milioni di emigranti in tutto il mondo, dall’America all’Australia, dal Belgio alla Germania, oggi sostiene che chi viene qui è un invasore. L’ironia è così pesante che piega la gravità. I nonni degli italiani che oggi applaudono erano loro stessi “gli stranieri” che rubavano il lavoro agli svizzeri, ai francesi, ai tedeschi. Ma la storia, nel mondo vannacciano, è un optional.
Il nemico perfetto.
Perché l’immigrazione è il suo cavallo di battaglia? Perché è il nemico perfetto: visibile, diverso, scomodo, e, soprattutto, non vota. Puoi dire di lui quello che vuoi, inventare statistiche, attribuire ogni male, e lui non risponderà. Non ha un sindacato potente, non ha un partito, non ha un talk show. È il capro espiatorio ideale per un’epoca che ha smesso di cercare soluzioni e si è messa a cercare colpevoli.
E così Vannacci galoppa, in sella al suo cavallo di battaglia, attraverso un campo di mine che lui stesso ha piantato. Ogni volta che cade su una, una smentita, un dato, una domanda scomoda, si rialza più forte, più applaudito, più convinto. Il segreto? Non è mai caduto. È il pubblico che ha imparato a applaudire le cadute.
E così, mentre il mondo reale, quello con le alluvioni, la crisi demografica, le pensioni che non tornano, i giovani che se ne vanno all’estero perché qui non trovano lavoro retribuito in modo dignitoso, aspetta qualcuno che abbia il coraggio di parlarne, il generale è su X, a twittare contro l’invasione. L’invasione di chi? Di chi pulisce le sue strade, cura i suoi anziani, raccoglie i suoi pomodori, e, non per ultimo, paga le tasse che finanziano lo Stato che lui dice di difendere. E soprattutto pagano la sua lauta pensione. Un caro saluto a lei ed alla sua stupenda moglie, rumena. Remigriamo anche lei?

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