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La guerra “Epic Fury” contro l’Iran non sta producendo il collasso del regime. Al contrario, rischia di trasformarsi in un conflitto lungo che destabilizza Golfo ed Europa. Dietro il caos emergono interessi economici globali: crisi energetica, stagflazione e redistribuzione del potere finanziario.
La guerra infinita che conviene a qualcuno: dietro “Epic Fury” il caos
La guerra contro l’Iran, battezzata con il nome cinematografico di “Epic Fury”, è stata venduta all’opinione pubblica occidentale come un’operazione rapida e decisiva. Una campagna militare capace di piegare Teheran in poche settimane, magari accompagnata dal classico copione delle rivoluzioni colorate: piazze in rivolta, regime in fuga, nuovo ordine democratico pronto a sbocciare sotto la benevola regia occidentale.
La realtà, come spesso accade, si è rivelata meno scenografica e molto più ostinata. Perfino la stampa israeliana ha iniziato a riconoscere ciò che molti analisti indipendenti avevano detto sin dall’inizio: il regime iraniano non mostra segni di collasso, la società non si è sollevata contro il governo e la guerra non sembra avere una fine prevedibile. Anzi, più passa il tempo più appare chiaro che il conflitto potrebbe trasformarsi in uno scontro lungo e logorante.
Questo scenario potrebbe essere interpretato come un errore strategico. L’ennesima dimostrazione dell’incapacità delle élite occidentali di comprendere i paesi che pretendono di “liberare”. Ma esiste un’altra possibilità, molto meno rassicurante: che una guerra lunga non sia un fallimento, bensì una prospettiva calcolata.
Il mito del cambio di regime
L’idea che bombardare un paese possa convincere la sua popolazione a rovesciare il proprio governo è una delle illusioni più persistenti della geopolitica occidentale. È una narrativa che ritorna puntualmente in ogni conflitto: è successo in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria. Ogni volta accompagnata dalla promessa che questa sarà la guerra giusta, quella che finalmente produrrà il risultato desiderato.
Nel caso dell’Iran, però, la previsione era quasi elementare. Un attacco esterno non avrebbe fatto crollare il sistema politico, ma avrebbe rafforzato le componenti più dure del regime. È una dinamica che la storia delle guerre dimostra con una regolarità quasi imbarazzante.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo. L’apparato statale iraniano non si è disgregato, le Guardie Rivoluzionarie hanno consolidato la loro centralità e il paese appare più compatto di quanto molti osservatori occidentali si aspettassero.
La domanda, allora, diventa inevitabile: possibile che chi prende decisioni strategiche a Washington e Tel Aviv non abbia previsto un esito così prevedibile? Oppure, più semplicemente, lo aveva previsto benissimo.
I veri perdenti di una guerra lunga
Se il conflitto dovesse trascinarsi per mesi, i primi a pagare il prezzo sarebbero i paesi del Golfo. Stati ricchissimi, ma costruiti su equilibri economici estremamente fragili. La loro prosperità dipende dalla stabilità regionale e dalla sicurezza delle rotte energetiche.
Lo Stretto di Hormuz è il cuore di questo sistema. Basta che il traffico petrolifero venga rallentato o minacciato perché i mercati reagiscano immediatamente. Già nelle prime settimane di tensione alcuni segnali sono apparsi evidenti: il mercato immobiliare di Dubai ha registrato una perdita significativa di valore in pochi giorni.
Il capitale globale reagisce con velocità fulminea quando percepisce il rischio. E quando si sposta, non lo fa verso zone instabili. Torna verso i suoi centri storici di potere finanziario: New York e Londra. Questo significa che la guerra può produrre un curioso paradosso: mentre destabilizza il Medio Oriente, rafforza i grandi hub finanziari occidentali.
Il secondo grande perdente sarebbe l’Unione Europea. Dopo aver reciso i rapporti energetici con la Russia, l’Europa si trova ora esposta a una nuova crisi degli approvvigionamenti. Se il Golfo Persico diventa instabile, il prezzo dell’energia cresce e le industrie europee perdono competitività.
Il risultato è già visibile: aziende che riducono la produzione o trasferiscono stabilimenti negli Stati Uniti, dove i costi energetici sono più bassi. Un processo lento ma costante di svuotamento industriale che molti economisti descrivono con un termine elegante: deindustrializzazione.
Il fantasma della stagflazione
C’è poi un fenomeno economico che potrebbe emergere da questa situazione: la stagflazione. Una combinazione di inflazione elevata e crescita economica stagnante. È uno scenario temuto dalle economie nazionali, ma paradossalmente non è necessariamente negativo per le grandi oligarchie finanziarie.
Durante le crisi prolungate sopravvive chi dispone delle maggiori riserve di capitale. Le imprese più fragili vengono espulse dal mercato, i capitali medi si riducono e i grandi gruppi consolidano il loro potere.
È una dinamica che ricorda un meccanismo darwiniano: chi ha più risorse può sopportare perdite temporanee e uscire dalla crisi rafforzato. Le guerre, storicamente, accelerano questi processi. Distruggono valore nel breve periodo ma creano gigantesche opportunità di investimento nella fase successiva. Ricostruzione, energia, sicurezza, infrastrutture: settori nei quali le grandi multinazionali prosperano.
Naturalmente non è detto che tutti questi processi si sviluppino esattamente secondo i piani dei decisori strategici. Esiste una variabile che potrebbe cambiare l’equilibrio del conflitto: la tenuta della società israeliana. Se la guerra dovesse prolungarsi e le perdite interne diventare troppo evidenti, la pressione dell’opinione pubblica potrebbe crescere.
Per questo motivo la copertura mediatica delle distruzioni subite da Israele appare estremamente limitata. Nel mondo contemporaneo esiste una regola semplice: ciò che non appare sugli schermi televisivi tende a non esistere. Ma la censura ha sempre un limite. Perché le bombe, a differenza delle notizie, non possono essere nascoste per sempre.
Alla fine il paradosso della guerra contro l’Iran è proprio questo: qualunque esito può risultare utile per alcune élite economiche globali. Se il regime iraniano dovesse crollare, si aprirebbe una gigantesca corsa allo sfruttamento delle sue risorse. Se invece resistesse, la crisi colpirebbe i paesi del Golfo e l’Europa, ridisegnando gli equilibri economici globali.
In entrambi i casi qualcuno uscirebbe rafforzato. E come spesso accade nella storia delle guerre, non sarebbe la maggioranza delle persone.

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