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Democrazia in saldo: l’Euro-Occidente come fortezza vuota

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La democrazia occidentale si arrocca e si svuota: da ideale universale a ideologia difensiva, priva di cittadinanza sociale. Il neoliberalismo ha smantellato sovranità, welfare e rappresentanza, trasformando il mito europeo in propaganda.

L’arroccamento nella democrazia. Un caso di falsa coscienza

– Fausto Anderlini*

Può capitare che siano i giullari a rivelare, con le loro goffe ed esilaranti intemerate (nulla è più comico del guitto che vuol parlare seriamente la tragedia), il segno di una crisi epocale, che è anche e soprattutto una crisi di nervi.

Il punto di riferimento perfetto è la coppia Vecchioni/Benigni. Il cantautore melenso che alla kermesse pan-europeista convocata da Serra  celebrò la supremazia culturale dell’Occidente come una collezione di figurine Panini, e l’ex comico che nel salottino di Fazio si sforza di declamare il sogno europeo chiamando all’applauso: “siamo i più belli, i più bravi in tutto, i più giusti, un paradiso democratico in terra e per questo ci odiano. Sono invidiosi. Stringiamoci a coorte, perché siamo circondati”.

Nel disporre il nutrito corteo degli analfo-liberali che piangono di sconforto e schiumano di rabbia, sono questi due menestrelli addolorati che meritano d’essere messi alla guida della processione.

Democrazia, democrazia, oh amata democrazia che per piccina che tu sia sei sempre una badia. Nostra creatura speciale con quasi mille anni di vita. Dalla Magna Carta a Maastricht. Un unico volo. E c’è del vero. La Magna Carta limitava il potere del re conferendolo ai baroni. Non a caso l’Ue, in un empito di modestia, chiama il suo premio speciale Carlo Magno (l’ultimo conferito al suo più grande epistocrate uscito da una banca, Mario Draghi, vero drago). Lì siamo tornati, dove siamo sempre stati, senza riuscire a ricreare un Sacro Romano Impero. Ai baroni, sempre loro.

La fine del breve interregno post-’89 dell’egemonia monopolare degli Usa e dell’anglosfera, con l’appendice del declino economico-demografico dell’Europa, ha prodotto un’inversione radicale della falsa coscienza democratica: da ideale suprematista trionfante ed universale, stella polare cui i popoli arretrati avrebbero dovuto man mano uniformarsi, a ideologia sulla difensiva, tendente all’arrocco e colma di elementi paranoici.

L’Occidente come un ridotto, asserragliato nel suo fortino, conteso dalla rutilante emergenza delle autocrazie asiatiche. La baldanzosa visione conquistatrice neo-con si è ritratta, tumefatta e stupefatta quanto sfigurata, in un autistico straneamento. Una metamorfosi. La forza esuberante e superba della civilisation rinculata come una Kultur qualsiasi: un tratto distintivo e incondivisibile di una civiltà a sé stante. Che però convince sempre meno chi la abita.

Una Kultur che è altresì un guscio vuoto. È accaduto per l’Ue quel che è occorso alla sinistra precipitata nel Pd, su scale incommensurabili ma assolutamente coeve e sintoniche. Dove il superamento per sintesi delle culture costituenti si è risolto (né poteva essere altrimenti) nella loro rimozione e nella sublimazione in un annacquato liberalismo.

Così è avvenuto per le culture politiche nazionali che, nell’intento di superare il nazionalismo, hanno finito per omologarsi in un indistinto proceduralismo liberal-liberista che ha eroso in radice le concrete sovranità popolari e, in assenza di ogni altro elemento significativo condiviso (lingua, ethos, tradizione), ha finito per proporsi come identità surrogatoria. Il pensiero unico. Una vera e propria distruzione della biodiversità politica.

Non per caso è divenuto d’uso comune un termine – “stile di vita” – che in passato era familiare negli Usa, con la pretesa, dall’alto di un’abbondanza benedetta da Dio, di fungere da popolo eletto. Che qui è declinato come una prosaica mescolanza di elementi generici quanto emblematici di una presunta eleganza europea: il paniere pregiato dell’homo consumericus (cioè riempito dall’industria del loisir: intrattenimento, turismo, moda, sport, leccornie enogastronomiche), i corsi Erasmus e la cultura come capitale e veicolo di raffinata distinzione, assieme alle libertà (meglio: liceità) civili autopercepite ad essa consustanziali, e poi lo Stato di diritto, la democrazia politica, il welfare… Il giardino dell’Europa minacciato dall’invidia delle autocrazie.

Senonché, ognuno di questi elementi si è rivelato altro che una promessa, se non smentita, largamente disattesa. Ci hanno pensato le leggi ferree del capitalismo, nella loro forma tecno-finanziaria suprema, a riportare la democrazia nei limiti del loro dispotismo.

Tutte le prelibatezze consumeriste dello stile di vita, in una gerarchia che dal lusso scende al dozzinale, sono andate a vantaggio di una classe media residuale composta di rentier (i c.d. ceti riflessivi), mentre la più gran parte della popolazione versa in una condizione di tendenziale riproletarizzazione. I dislivelli nella distribuzione della ricchezza toccano ormai profondità inaudite.

L’allargamento dei diritti civili ha seguito la stessa sorte: una panoplia sempre più vasta per una platea vieppiù ristretta di beneficiari. Né poteva essere altrimenti, data la contestuale precarizzazione del lavoro e la conseguente regressione della cittadinanza sociale. Lo stesso inverno demografico che affligge l’Europa, se per un verso si inquadra in una fisiologica transizione demografica, per altro verso è anche tarato da un cronico inaridimento dell’élan vital.

Il dispositivo tecno-liberista dell’Ue ha finito per erodere progressivamente il welfare e la spesa sociale in genere, sino al collasso annunciato con la scelta del warfare come volano della crescita.

Ma il degrado della cittadinanza politica, per seguire lo schema marshalliano, è stato nondimeno devastante. Il tanto vantato Stato di diritto è stato semmai depotenziato dalla pseudo-cittadinanza europea in un diabolico avvitamento. Le decisioni che contano sono state sottratte al controllo democratico e incardinate in una tecno-burocrazia senza base elettiva. Ne è conseguito uno stravolgimento nella stessa tripartizione del potere.

Il Parlamento europeo si occupa di inezie e di editti ideologici, cioè è una parodia, mentre i parlamenti nazionali sono a loro volta esautorati da esecutivi sempre più aggressivi e centralizzati, a misura che sono essi stessi espropriati di prerogative (politica economica e politica estera). Una parte sempre più ristretta dell’elettorato partecipa al voto, peraltro eteroguidata dai monopoli mediatici, mentre l’ossessione belligerante trascina seco gravissime lesioni della stessa libertà d’espressione. Il popolo non è più sovrano.

Solo la malafede o l’analfabetismo imbecille possono argomentare che queste regressioni siano il risultato della guerra ibrida di Putin, delle autocrazie o delle correnti populiste di destra da esse sostenute, in un delirante scambio dei rapporti di causa/effetto. Tutti gli elementi di crisi hanno origine endogena e hanno iniziato a dispiegarsi sin dagli anni Ottanta con la ristrutturazione dei rapporti di produzione e di potere operata dal neoliberismo, prima neoconservatore, poi neodemocratico, ma sempre sulla stessa traccia. L’incipit è stato una critica insistita dei think tank della finanza globale verso le costituzioni emerse con la vittoria sul nazifascismo, foriere di egualitarismo e domanda sociale incontrollabile.

Limitazione del potere legislativo a vantaggio degli esecutivi, abbattimento del monopolio sindacale, così come dell’interventismo statale nell’economia, detassazione del patrimonio e sradicamento di lacci e lacciuoli inibenti il libero mercato. Maastricht e l’euro sono stati il compimento, e il momento di non ritorno, di questa volontà di potenza delle oligarchie economico-finanziarie, che hanno avuto gioco facile a fronte di sinistre sconfitte quanto sedotte dalle terze vie e da un illusorio federalismo europeo.

Vendere la democrazia come brand di questa Europa in formato Ue, se non dell’Europa come tale, un prodotto da imporre ad altri o da difendere come un’esclusiva, è null’altro che propaganda fraudolenta. Se la democrazia e lo Stato di diritto sono state invenzioni dello spirito europeo illuminato, la loro traduzione materiale si è inverata sotto precise condizioni storiche: lo spirito antifascista, partiti e correnti politiche come nomenclatura di visioni del mondo incardinate alle classi sociali, il conseguente compromesso sociale e politico, lo Stato sociale, un’economia mista con ampio intervento dello Stato. E non ultima, la sfida concorrenziale del primo Stato socialista.

Non potendo considerare lo Stato liberale monoclasse otto-novecentesco altro che un progenitore abusivo, una piena democrazia, pur se conflittuale e insidiata a più riprese dalla reazione, si è realizzata in Europa solo nei Trenta Gloriosi del secondo dopoguerra, cioè nel periodo strutturato da un preciso compromesso sociale. Ma l’Europa attuale, come argomentato, è il risultato della rottura e del superamento di quel compromesso.

Una democrazia disincarnata dalla materialità della cittadinanza sociale, con le sue forze e i suoi istituti vitali, non esiste se non come una retorica formalistica negata dai fatti. Il capitalismo sfrenato e materializzato nelle grandi concentrazioni monopolistiche tecno-finanziarie è per sua natura antitetico alla democrazia. Non il mercato come tale, se veramente libero come postulato nell’utopia dell’equilibrio generale.

Lo sapevano bene anche molti degli economisti liberali della prima scuola marginalista, nella loro feroce critica del carattere distorsivo del monopolio privato, specie nei beni e nei servizi comuni. Non per caso furono loro a introdurre le prime municipalizzazioni, cioè un elemento di socialismo. Senza un’economia mista a sostegno, la democrazia è destinata a trasformarsi, quali che siano gli orpelli formali, in una dittatura oligarchica di classe.

* Dalle riflessionis ocial di Fausto Anderlini

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