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Il caso Hannoun diventa il pretesto per colpire la causa palestinese e, più in generale, ogni dissenso politico. In Italia ed Europa si restringe lo spazio democratico: idee sociali, pacifiste e costituzionali vengono trattate come minacce.
Il dissenso sotto processo: Palestina, democrazia e il nuovo lessico dell’emergenza
Il caso giudiziario che coinvolge Mohammad Hannoun e le indagini sui presunti flussi di denaro dall’Italia verso Hamas non sono soltanto una vicenda giudiziaria da verificare con rigore e prudenza. Sono, soprattutto, l’ennesimo pretesto per un’operazione politica e culturale ormai ben rodata: la delegittimazione sistematica di ogni forma di dissenso che osi collocarsi fuori dal perimetro rassicurante dell’establishment. E la causa palestinese funziona da detonatore simbolico, ma il bersaglio reale è molto più ampio.
Non si tratta più di una polemica occasionale o di una strumentalizzazione contingente. Siamo di fronte a un cambio di paradigma: l’opinione pubblica viene educata a considerare sospetta, quando non apertamente ostile, qualsiasi posizione che metta in discussione l’ordine del discorso dominante.
La solidarietà con la Palestina viene rapidamente risignificata come fiancheggiamento del terrorismo; il dissenso geopolitico diventa filoputinismo; la critica al liberismo viene archiviata come nostalgia sovranista o, peggio ancora, come residuo comunista. Il vocabolario dell’emergenza sostituisce quello del confronto.
La normalizzazione dell’eccezione
Il dato più inquietante non è la singola accusa, bensì il contesto che la rende credibile prima ancora di essere dimostrata. Il principio di precauzione, un tempo invocato in ambito sanitario o ambientale, viene ora applicato alla politica: si colpisce prima, si discute dopo. Quando si discute. Le indagini diventano strumenti di delegittimazione preventiva, il sospetto si trasforma in marchio politico.
In questo clima, interi campi di riflessione sono stati espulsi dalla sfera della legittimità. Parlare di pace, di giustizia sociale, di limiti al mercato globale equivale a collocarsi automaticamente in una zona grigia, se non apertamente ostile. Un governo anche solo moderatamente orientato a sinistra, che provasse a rimettere al centro redistribuzione, diritti sociali e autonomia politica, verrebbe oggi travolto da una miscela di pressioni mediatiche, vincoli esterni e interventi giudiziari. Non è fantapolitica: è la cronaca di un’Europa che ha interiorizzato l’idea dell’assenza di alternative.
Il paradosso, a questo punto, è quasi grottesco. La Costituzione italiana, nata dalla sconfitta del fascismo e fondata su lavoro, uguaglianza e sovranità popolare, viene trattata come un corpo estraneo. La sua piena attuazione appare incompatibile con gli obblighi militari, economici e geopolitici che scandiscono l’agenda del presente. Difendere la Costituzione, oggi, rischia di essere percepito come un atto eversivo.
Quando il nemico è interno
La conseguenza più grave di questo processo non è soltanto l’impoverimento del dibattito pubblico, ma la sua sostanziale abolizione. La dialettica democratica viene sostituita da una logica amico-nemico permanente. Chi dissente non è un interlocutore da confutare, bensì un soggetto da neutralizzare. Se possibile, attraverso la marginalizzazione; se necessario, tramite il diritto penale.
I diritti civili, pilastri dello stato di diritto, iniziano così a scolorire. La libertà di manifestazione, di associazione, di opinione diventa condizionata, revocabile, sottoposta a una costante verifica di compatibilità politica. La retorica occidentale sulla difesa della democrazia assume tratti involontariamente comici. Si continua a evocare il “mostro” autoritario altrove, mentre pratiche sempre più illiberali si consolidano in casa propria.
Alla fine, la domanda non è se esista un problema di sicurezza o di legalità: questi vanno affrontati con serietà e prove, non con slogan. La vera questione è un’altra: quanto spazio resta, oggi, per un dissenso che non accetti di essere addomesticato. Perché una democrazia che teme le proprie minoranze politiche ha già iniziato a smantellarsi da sola.

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