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Da Caracas all’Iran, torna la retorica dell’“esportazione della democrazia”. L’indignazione selettiva accompagna una nuova offensiva geopolitica occidentale: propaganda di guerra, consenso trasversale e Cina come obiettivo finale.
Venezuela: la posta in gioco
Stanotte a Caracas sono piovute le bombe democratiche del pacifista Trump. Vedrete che tutta la retorica bellica ingegnata negli ultimi anni e incentrata sul concetto aggredito/aggressore tornerà a essere desueta. Al suo posto un grande cavallo di battaglia di ritorno: l’esportazione della democrazia.
E così in Iran e in Venezuela anche gli antagonisti della moltitudine, i vari disobbedienti senza scopo, ormai fanti arruolati nelle consorterie atlantiche, irromperanno nelle televisioni a reti unificate per impartire severe lezioncine di galateo ai popoli poco avveduti.
Sì perché la rotta è stata presa. Il genocidio del popolo palestinese è stato uno dei passaggi di una grande resa dei conti che vede l’Occidente in prima linea nel ribadire il proprio ruolo imperiale.
Chi non capisce questo incastro, chi non comprende la strumentalità dell’indignazione civilizzata che si dipana solo per quei paesi non allineati alla nostra volontà di potenza, o non ha le capacità per comprendere la totalità dei fatti politici o possiede un intelletto alla mercè dei migliori offerenti. S
tanotte a Caracas era presente un emissario di primo piano del Presidente Xi. Lì, in Cina, l’ultimo obiettivo della guerra all’ultimo sangue che Trump e quei sociopatici in sella alle istituzioni comunitarie hanno deciso di intraprendere. Trump e l’Unione Europea, sinistra e destra, fascistoni del terzo millennio e antagonisti senza socialismo. Un unica voce corale è pronta a essere intonata per la propaganda di guerra.

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