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Bombardamenti, blocco degli aiuti e violazioni sistematiche del cessate il fuoco: a Gaza la guerra continua sotto il linguaggio della pace. Tra retorica diplomatica e violenza quotidiana, la tregua resta una finzione utile solo alle cancellerie.
Gaza sotto tregua: il lessico della pace, la pratica della guerra
C’è un linguaggio che serve a tranquillizzare le cancellerie e un altro che descrive la realtà. Nel caso di Gaza, da mesi i due idiomi non si incontrano. Mentre la diplomazia parla di cessate il fuoco “in vigore”, l’aviazione israeliana continua a produrre macerie, cadaveri e sfollati.
Giovedì scorso nuovi bombardamenti hanno colpito simultaneamente il nord, il centro e il sud della Striscia: Gaza City, Jabalia, Deir al-Balah, Khan Yunis. Non obiettivi militari strategici, ma tende e scuole adibite a rifugi. Il bilancio è stato, ancora una volta, misurato in vite civili.
Formalmente la tregua esiste. Sostanzialmente non ha mai funzionato. Dalla sua firma, centinaia di palestinesi sono stati uccisi, si stima intorno ai 400 in tre mesi. Il cessate il fuoco dovrebbe prevedere sospensione delle ostilità, ritiro parziale delle forze israeliane e uno scambio di prigionieri. La carta lo dice, i fatti lo smentiscono. È il paradosso permanente di Gaza: un territorio sotto tregua armata, dove la pace è un’interruzione retorica della guerra.
L’economia della distruzione e il gelo come arma
Se Gaza resta il simbolo più visibile, la Cisgiordania racconta una storia complementare e meno spettacolare, ma non meno brutale. Negli ultimi due anni l’economia palestinese è stata progressivamente smantellata attraverso raid, demolizioni e sequestri. Fabbriche chiuse, officine svuotate, aziende agricole paralizzate.
A Hebron, un’incursione militare ha lasciato operai feriti, arresti e mesi di inattività forzata. Non si tratta solo di sicurezza: è una strategia di impoverimento sistematico, che colpisce il lavoro prima ancora delle armi.
I raid non si limitano agli arresti. Abitazioni e negozi vengono saccheggiati, beni confiscati, documenti requisiti. La linea che separa operazione militare e razzia si fa sempre più sottile. È una violenza amministrativa, normalizzata, che non ha bisogno di missili per produrre effetti duraturi.
Eppure Gaza resta il bersaglio privilegiato, la città-martire su cui concentrare la forza esemplare. Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio nuovi attacchi aerei hanno provocato almeno 14 morti, secondo fonti giornalistiche internazionali. L’ennesima violazione della tregua è stata giustificata con il consueto riferimento a un presunto lancio di razzi, accennato con discrezione anche dalla stampa israeliana. Quanto basta per colpire, troppo poco per aprire un vero dibattito pubblico.
Il colpo più feroce, tuttavia, non arriva dall’alto. Arriva dal freddo e dalla fame. L’inizio del 2026 è stato segnato dal blocco di decine di organizzazioni umanitarie, dalla chiusura dei valichi e dall’interruzione sistematica degli aiuti.
La parola d’ordine è “deradicalizzazione”, ma l’effetto concreto è l’asfissia di una popolazione già stremata. Dopo centinaia di morti e una devastazione totale, nessuna fonte credibile segnala aperture reali sul disarmo di Hamas. Pretenderlo, in questo contesto, somiglia più a un esercizio retorico che a una strategia politica.
La cosiddetta “Fase 2” del cessate il fuoco – ritiro israeliano, amministrazione internazionale, avvio della ricostruzione – viene evocata con insistenza, soprattutto a Washington. Ma resta sospesa tra annunci e smentite, più simile a una favola diplomatica che a un processo in corso.
Intanto il quadro regionale peggiora: Libano, Siria, Yemen, tensioni nel Golfo. Il Medio Oriente si riscalda, Gaza muore di freddo. E il mondo, come spesso accade, osserva in silenzio, chiamandolo equilibrio.

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