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Il nuovo stadio nell’area di San Siro riapre il nodo della Valutazione di Impatto Ambientale. Le direttive UE impongono verifiche rigorose su un progetto che trasforma l’intero quadrante urbano. Niente scorciatoie: sviluppo sì, ma nel rispetto di ambiente e trasparenza.
Lo stadio di San Siro e la speculazione
– Luca Parodi
Il progetto del nuovo stadio nell’area di San Siro torna al centro del dibattito pubblico, e con esso una questione che non può essere derubricata a cavillo procedurale: la Valutazione di Impatto Ambientale. Dopo mesi di ambiguità e rinvii, un chiarimento intervenuto con la Regione riporta al centro ciò che avrebbe dovuto essere evidente sin dall’inizio: un’operazione urbanistica di tale portata non può sottrarsi al vaglio rigoroso delle norme europee e nazionali in materia ambientale.
L’area di San Siro, ormai trasferita ai club AC Milan e FC Internazionale Milano, è destinata a una trasformazione radicale: non solo un nuovo impianto sportivo in sostituzione dello storico Stadio Giuseppe Meazza, ma un articolato complesso di funzioni commerciali, direzionali e terziarie. Un intervento che ridefinisce un quadrante urbano e incide su traffico, qualità dell’aria, consumo di suolo, equilibrio idrogeologico e servizi pubblici.
Nel corso della conferenza preliminare dei servizi dell’Aprile 2025, era stata avanzata l’ipotesi che la cosiddetta “Legge Stadi” – normativa speciale volta ad accelerare la realizzazione di impianti sportivi – potesse differire, se non di fatto attenuare, l’applicazione ordinaria della V.I.A., rinviandone l’esame alla fase successiva della conferenza dei servizi. Una lettura che ha suscitato più di una perplessità.
Un approfondimento puntuale, promosso in sede consiliare, ha invece riaffermato un principio giuridico elementare: le direttive europee 2001/42/CE e 2011/92/CE, recepite nell’ordinamento italiano, impongono la valutazione ambientale per progetti di riassetto urbano di rilevante dimensione. Tali fonti sovraordinate non possono essere superate da una legge nazionale, quand’anche settoriale e “speciale”. La gerarchia delle norme non è un’opinione: è l’architrave dello Stato di diritto.
La risposta regionale, giunta in tempi brevi, ha riconosciuto la necessità delle verifiche di compatibilità ambientale, pur collocandone l’espletamento nella fase successiva prevista dalla normativa sugli stadi. Al contempo, è stata esclusa qualsiasi pretesa di prevalenza della disciplina speciale su quella europea e nazionale. Un chiarimento importante, che sgombra il campo da interpretazioni riduttive.
Resta un punto politico dirimente: il progetto relativo al “comparto stadio” e quello inerente alle aree limitrofe costituiscono un ambito unitario, inscindibile. Non è ammissibile una valutazione frammentata che scomponga artificialmente ciò che, nella realtà urbanistica e ambientale, produce effetti cumulativi. L’analisi deve riguardare l’intero intervento, nella sua complessità.
La Valutazione di Impatto Ambientale non è un intralcio burocratico, ma uno strumento di prevenzione e di democrazia sostanziale. Essa consente di anticipare e mitigare i potenziali effetti negativi, integrare le diverse componenti ambientali in un quadro organico e, soprattutto, garantire trasparenza e partecipazione: la pubblicità degli atti e il coinvolgimento dei cittadini non sono concessioni, bensì diritti.
Finora, nelle scadenze concordate tra il Comune di Milano e i soggetti proponenti, il riferimento esplicito alla V.I.A. era rimasto sullo sfondo. Oggi, alla luce dei chiarimenti intervenuti, si riapre formalmente un percorso che non può più essere eluso. Non si tratta di ostacolare lo sviluppo, ma di governarlo, pretendendo regole chiare, garanzie effettive e responsabilità condivise.
Una città come Milano non può permettersi scorciatoie quando è in gioco il suo assetto urbanistico per i prossimi decenni. Chi amministra – o ambisce ad amministrare – ha il dovere di tenere insieme crescita economica, tutela ambientale e giustizia sociale.
Importante e’ non considerare questa vicenda come un episodio isolato, ma un banco di prova del modo in cui si intende esercitare il mandato pubblico: con rigore, indipendenza e trasparenza, perché la politica, se vuole tornare ad essere credibile nelle istituzioni comunali e regionali, deve saper guardare oltre l’immediato consenso e scegliere, sempre, l’interesse collettivo come propria unica, irrinunciabile bussola.

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