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sabato 4 Dicembre 2021
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Le “Cronache Anticapitaliste” di David Harvey

Il vocabolo anticapitalista appare come una moneta fuori corso nel lessico politico della provincia Europa ma David Harvey ci invita a guardare quel che succede nelle periferie del mondo.

Di Gianmarco Martignoni per La Bottega del Barbieri.

L’analisi impietosa di David Harley

Nella primavera del 2020, in piena espansione di quella sindemia che si è sviluppata drammaticamente su scala globale, il geografo marxista David Harvey si è distinto per una analisi impietosa e di classe sulle ricadute che la stessa avrebbe comportato rispetto alle dinamiche produttive delle catene del valore e quindi sul vissuto delle classi subalterne, in particolare con lo scritto «Politiche anticapitaliste ai tempi del Covid-19» apparso nel nostro Paese nell’ottimo sito sinistrainrete.org.

Riprendendo i moniti di Engels, Harvey ha parlato di «vendetta della natura» dopo quarant’anni di neoliberismo sfrenato e di distruzione della sanità pubblica, fotografando implacabilmente il crollo del consumo “esperienziale” istantaneo e compensativo dell’alienazione lavorativa, per via della sospensione di quel turismo internazionale i cui viaggiatori sono passati da 800 milioni a 1,4 milioni tra il 2010 e il 2018.

Ora qull’intervento è compreso nei diciannove capitoli che compongono l’ottimo libro «Cronache Anticapitaliste» (Feltrinelli: pag 236 euro 18) frutto di una serie di trasmissioni e di video-online che mette a fuoco il capitalismo contemporaneo grazie all’attività svolta in questa direzione dall’organizzazione no-profit Democracy at Work.

Le "Cronache Anticapitaliste" di David Harvey

Il vocabolo anticapitalista appare come una moneta fuori corso nel lessico politico della provincia Europa ma David Harvey ci invita a guardare quel che succede nelle periferie del mondo – da Santiago del Cile a Beirut, da Baghdad a Quito, da Istanbul all’India (ove si è sviluppato il più grande sciopero mondiale contro le politiche di Modi avverse agli interessi e ai bisogni vitali del mondo contadino) – per comprendere la crisi di legittimazione del neoliberismo e le alleanze che i suoi seguaci (da Trump a Bolsonaro, da Modi a Erdogan, per venire a quelli di casa nostra) per rimanere a galla hanno stretto con i movimenti neofascisti.

L’approfondimento delle diseguaglianze, le gravi ripercussioni provocate dal surriscaldamento climatico e la crescita smisurata del lato finanziario dell’economia, stante l’annosa sovraccumulazione dei capitali, sono la plastica testimonianza dell’insostenibilità del modo di produzione capitalistico.

Due dati, apparentemente scollegati fra di loro, sono oggetto della riflessione di Harvey: il consumo di cemento in Cina in due anni e mezzo è stato pari al 45% di quello che gli USA hanno consumato in cent’anni; negli ultimi 800000 anni la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha superato le 300 parti per milione (ppm) solo dopo il 1960 mentre ora in sessant’anni si è arrivati ben oltre le 400 ppm, con le tragiche conseguenze che si prospettano per la sopravvivenza della specie umana, a partire dall’incremento anche in termini di potenza degli eventi estremi.

Per questa ragione diventa prioritaria per i movimenti e le forze anticapitaliste la riduzione secca del surplus di CO2, che per il neurobiologo Stefano Mancuso può essere perseguita solo con modalità non rispondenti alla logica economicista del profitto, ovvero con la piantumazione di 1000 miliardi di alberi nel pianeta, suddivisi in quote precise per ogni entità nazionale.

Non certo rincorrendo il mito – ugualmente dispendioso sul piano del consumo energetico di una materia prima come il litio – dell’auto elettrica. Il dato invece dello sviluppo non solo infrastrutturale della Cina e delle economie emergenti è teso a evidenziare quali sono le contraddizioni generate dal tasso composto infinito dell’accumulazione capitalistica.

Nonchè a segnalare come “la nuova via della seta” è di fatto funzionale all’ esigenza di collocare ingenti masse di capitali eccedenti nell’ambito della realizzazione di un piano di grande espansione geopolitica.

Le dinamiche del processo di accumulazione sono ben indagate nei capitoli 11 e 12, con lo scopo di dimostrare che esse si manifestano tutt’ora nelle forme violente dell’espropriazione e della spoliazione, non differenziandosi da quell’accumulazione primitiva o originaria che Marx ha descritto nel capitolo 24 del Primo libro de «Il Capitale».

L’accumulazione per espropriazione è quella praticata tramite l’accaparramento delle terre in Africa o in America latina. L’accumulazione per spoliazione riguarda soprattutto le politiche di privatizzazione di proprietà statali e pubbliche, in particolare relative alle forniture dell’acqua o ai trasporti; ma anche il mercato immobiliare, che come nel caso negli USA ha determinato, in seguito alla crisi derivante dai mutui subprime nel 2007-2008, l’espulsione di sette milioni di famiglie dalle loro abitazioni.

Infine nell’ultimo capitolo – ove vengono delineati i caratteri di una possibile e auspicabile società alternativa – Harvey rilancia la necessità dell’azione collettiva per organizzare una nuova forma di risposta ai bisogni sociali, a partire dalla ricchezza data dall’incremento del tempo libero a disposizione, se il tempo di lavoro venisse ridotto – sulla base dell’incessante innovazione scientifica e tecnologica – a 6 ore giornaliere.

La Bottega del Barbieri

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è un blog collettivo curato da Daniele Barbieri and co

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