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La storia e le sue dimenticanze sono spesso un grande alleato dei governi. Un caso eclatante sono le giravolte della politica USA nel “cortile di casa“: ricordiamo la bufera del cosiddetto Irangate che coinvolse vari alti funzionari e militari dell’amministrazione Reagan, accusati dell’organizzazione di un traffico illegale di armi con l’Iran per finanziare occultamente i Contras in Nicaragua.
Usa, Contras e lo scandalo Irangate
Era il febbraio del 1986 e le Forze della resistenza iraniana festeggiavano l’avanzata vittoriosa su Bassora in Iraq, durante la sanguinosa guerra tra il regime di Saddam Hussein e quello dell’Ayatollah Khomeini, almeno usando le categorie mediatiche più in auge in Occidente.
Quello stesso anno esplose il cosiddetto Iran-Contras affair, messo in luce da un giornale libanese che rivelò l’esistenza di un traffico illegale di armi con Teheran, su cui vigeva l’embargo. L’attività aveva – tra l’altro – lo scopo di facilitare il rilascio di sette ostaggi statunitensi in quel momento nelle mani di Hezbollah in Libano, e di servirsi del ricavato per finanziare in modo occulto l’opposizione violenta dei Contras al governo rivoluzionario sandinista del Nicaragua.
Dunque lo scandalo portò alla luce il sostegno militare USA al regime degli ayatollah, che ufficialmente Washington condannava, insediatosi al potere nel 1979, con la rivoluzione islamica che, tra le molte cose, costò la rielezione al presidente democratico Jimmy Carter, a causa dell’assedio dell’ambasciata USA e al fallito tentativo di liberazione con l’intervento dei corpi speciali.
La rivoluzione destituì lo scià Rheza Palevi, garante degli interessi dell’ anglosfera nello sfruttamento delle risorse energetiche del paese.
Un groviglio paradossale di giochi e doppi giochi, per il quale l’appoggio militare americano alla repubblica islamica avveniva contemporaneamente al sostegno bellico USA verso Saddam Hussein contro l’Iran a partire dal 1984.
Tutto questo nonostante l’URSS avesse a sua volta sostenuto il regime laico e socialista dell’Iraq fin dall’inizio dello scontro, nel 1980. Mosca era infatti già impegnata in Afghanistan dal dicembre del 1979, a fianco di Karmal, il leader del Partito democratico popolare dell’Afghanistan.
Le armi USA, principalmente missili anticarro e pezzi di ricambio di batterie antiaeree avvennero segretamente, al di fuori del controllo del Congresso USA, al fine d’impiegare i proventi del traffico per finanziare la guerriglia antisandinista dei “Contras” in Nicaragua, considerati da Reagan “gli equivalenti morali dei padri fondatori“, oltre che – come detto- per pagare il riscatto alla guerriglia di Hezbollah (forza sciita filoiraniana) in Libano, per la liberazione di un gruppo di giornalisti americani.
Infatti, Reagan aveva chiesto al Congresso un voto a favore dell’intervento militare con lo scopo di rovesciare il governo comunista eletto in Nicaragua, ma il Congresso votò contro la proposta del presidente.
Fu allora che entrò in scena il colonnello Oliver North.
Oliver North e l’antiterrorismo versione Usa
Dal 1983 al 1986, North fece parte dell’amministrazione Reagan nell’ambito della sicurezza nazionale, in qualità di coordinatore anti-terrorismo. Durante il suo servizio, North intervenne in diverse azioni militari Usa. Nell’83, in piena guerra fredda, pianificò l’invasione dell’isola di Grenada per impedire che cadesse in mani comuniste.
Nel 1985 ricoprì invece un importante ruolo nell’arresto di un gruppo di terroristi che aveva dirottato la nave Achille Lauro, mentre nell’aprile dell’86 prese parte all’organizzazione del blitz contro le basi terroristiche di Gheddafi in Libia.
A lui fu assegnato il compito di tessere la complicata trama che univa le forniture all’Iran con il pagamento del riscatto a Hezbollah e al finanziamento della guerra contro i sandinisti in Nicaragua.
Quando scoppiò il bubbone mediatico fu anche il primo ad essere scaricato. Esponenti della Casa Bianca lo indicarono come l’unico a conoscenza di quei traffici. North fu così posto sotto processo e le sue udienze al Congresso furono trasmesse in diretta tv.
Nel maggio del 1989, al termine del processo, fu dichiarato colpevole di tre reati e assolto da altri nove; le condanne però sono state in seguito annullate in appello.
La Corte di Giustizia Internazionale da ragione al Nicaragua
Il Nicaragua, a seguito della conclamata aggressione americana, si rivolse alla Corte Internazionale di Giustizia, denunciando gli USA per uso diretto della forza militare contro il paese.
Gli USA cercarono di motivare l’aggressione come atto di difesa collettiva su richiesta di El Salvador, Costarica e Honduras, che si erano dichiarati minacciati dal Nicaragua.
Con una sentenza storica, il 26 giugno 1986 gli Stati Uniti d’America furono condannati dalla Corte internazionale per “uso illegale della forza” e la Corte impose la cessazione immediata delle azioni di guerra in Nicaragua, la riparazione dei danni e l’obbligo a esperire una soluzione diplomatica per la risoluzione del conflitto.
Washington si rifiutò di riconoscere l’indennizzo al paese centroamericano e non interruppero il sostegno militare ai Contras.
Il Nicaragua si rivolse al Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove tuttavia Washington esercitò il proprio diritto di veto per bloccare l’azione diplomatica nicaraguense.
L’anno dopo, una commissione d’inchiesta presieduta dall’ex senatore John Tower emise una dura condanna all’operato di Donald Reagan, non provando con certezza la conoscenza da parte sua dei finanziamenti illegali ai Contras, ma dichiarando che il presidente aveva tollerato una situazione di aperta illegalità.
Furono solamente le rivelazioni dell’Irangate a far indietreggiare Reagan che, a causa delle inchieste del Washington Post, fu costretto ad ammettere pubblicamente la trama, in un discorso tenuto il 13 novembre 1986.
Nel 1992, George Bush, divenuto presidente e sospettato di essere coinvolto nello scandalo, concesse un’amnistia a tutti gli alti ufficiali indiziati o condannati per l’Irangate.

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