Vannacci, il patriota che ha combattuto sempre per Washington

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Vannacci si definisce patriota e difensore dei confini, ma il suo curriculum militare racconta trentasette anni al servizio delle guerre volute da Washington: Somalia, Bosnia, Afghanistan, Iraq. Medaglie americane, poca tutela della sicurezza italiana.

Il patriota che ha combattuto ovunque tranne che per l’Italia: il curriculum militare di Vannacci

Roberto Vannacci ama definirsi patriota, alfiere della remigrazione e sentinella dell’interesse nazionale contro le minacce che arriverebbero da fuori. Peccato che, scorrendo con un minimo di attenzione il suo curriculum militare, l’interesse effettivamente servito per trentasette anni di carriera nelle forze armate italiane sia stato quasi sempre un altro, e porti il nome di Washington più che quello di Roma.

Il problema dell’ex generale, va detto con chiarezza, non è tanto la xenofobia né la retorica della remigrazione con cui si è costruito un intero personaggio pubblico, questioni peraltro già ampiamente sviscerate nel dibattito mainstream: il problema è che, mentre invoca il rimpatrio di massa in nome della difesa dell’identità nazionale e si presenta come baluardo contro lo straniero, la sua intera carriera racconta l’esatto contrario di ciò che professa.

Chi si autodefinisce patriota e paladino dei confini dovrebbe avere alle spalle una storia di servizio reso al proprio paese, non decenni spesi a combattere guerre volute da altri, in territori dove l’Italia non aveva alcun interesse diretto da difendere.

Da Mogadiscio a Sarajevo, la carriera coloniale di un ascaro moderno

Entrato nell’esercito nel 1986, Vannacci partecipa da tenente e comandante di distaccamento operativo incursori alle operazioni Ibis I e II in Somalia tra il 1992 e il 1994. È un capitolo che la storiografia militare italiana preferisce trattare con la delicatezza riservata alle pagine più imbarazzanti: durante quella missione il contingente italiano si è reso responsabile, come documentato dall’inchiesta parlamentare avviata nel 1997 dopo la pubblicazione su L’Espresso di fotografie che ritraevano abusi su prigionieri somali, di episodi di violenza e tortura ai danni della popolazione locale.

Va precisato, per onestà di cronaca, che nessuna fonte attribuisce a Vannacci personalmente un ruolo diretto in quegli episodi, riconducibili al contingente nel suo complesso. Resta però il fatto che proprio in quel contesto torbido, e proprio in quegli anni, si consuma anche l’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, uccisi nel marzo 1994 mentre indagavano su traffici illeciti di armi e rifiuti tossici tra Italia e Somalia: un collegamento che resta, a tutt’oggi, un’ipotesi investigativa più volte ripresa da commissioni parlamentari d’inchiesta, mai tradotta in una verità giudiziaria definitiva. Difficile, comunque la si legga, trovare in questo esordio di carriera la tutela della sicurezza nazionale italiana che Vannacci rivendica con tanta enfasi.

Tra il 1999 e il 2000 il futuro generale assume il comando delle forze speciali dell’ARRC, il corpo d’armata NATO a guida britannica impiegato in Bosnia dopo la guerra civile e utilizzato come quartier generale delle truppe di terra durante l’aggressione alla Jugoslavia del 1999. Proprio in Bosnia, nel 2000, partecipa alla direzione delle “operazioni psicologiche” del contingente occidentale .

Dopo aver contribuito alla gestione dell’evacuazione di cittadini italiani dalla Costa d’Avorio, nel 2009 prende parte alla missione ISAF nell’ambito dell’invasione militare dell’Afghanistan scatenata dagli Stati Uniti nel 2001, un intervento costato centinaia di migliaia di morti e sfollati, dirigendo poi missioni delle forze speciali in Libia, Yemen, Somalia e Ruanda.

Un teatro afghano e iracheno al servizio di Washington

Il capitolo più eloquente dell’intera carriera resta però quello afghano. Vannacci comanda infatti la Task Force 45, unità italiana di forze speciali impegnata in Afghanistan nell’ambito della missione ISAF a guida NATO, dispiegata contro l’insorgenza talebana nel quadro di un intervento militare voluto e diretto dagli Stati Uniti dopo il 2001. Un servizio reso, nella sostanza, agli interessi strategici di Washington più che a un qualsivoglia interesse nazionale italiano direttamente in gioco in quel teatro.

Nel 2018 diventa comandante del contingente terrestre italiano nell’Operazione Prima Parthica, parte della campagna anti-ISIS in Iraq, diretta conseguenza dell’aggressione NATO al paese del 2003. Anche in questo caso la logica è la stessa: un impegno militare italiano prolungato per anni in un teatro nato da una guerra decisa altrove, funzionale al mantenimento della presenza occidentale nella regione.

Sommando le tappe di questa carriera, la conclusione appare fin troppo evidente per essere ignorata: Vannacci si è comportato piuttosto come un ascaro contemporaneo, termine che nella storia coloniale italiana designava le truppe indigene arruolate al servizio dell’occupante: un militare di alto profilo tecnico messo costantemente a disposizione delle guerre volute da Washington, in ogni angolo del pianeta dove gli Stati Uniti reclamassero il tributo militare dei propri alleati europei.

La retorica sovranista e identitaria costruita a posteriori, quella dei confini da difendere e della remigrazione da attuare, stride non poco con un curriculum che di confini nazionali italiani ne ha difesi ben pochi, mentre ne ha varcati moltissimi al servizio di un impero che non è mai stato il proprio.

 

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli