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Valchirie in salotto: il femminismo bellico e la guerra come spettacolo

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La guerra viene oggi giustificata come residuo del patriarcato, ma le voci più istericamente belliciste appartengono all’élite femminile eurofila. Non è solo il maschio anziano il problema: è la propaganda travestita da emancipazione.

La cavalcata delle valchirie

Fausto Anderlini*

Grande scalpore ha suscitato un recentissimo intervento di Michele Serra, che questa volta ha messo nel mirino le truculente espressioni dei capi di Stato maggiore di Francia e Gran Bretagna, oltre che di Rutte. «…pochi maschi di potere, quasi sempre anziani e quasi sempre per ragioni di prevaricazione economica, mandano a morire moltitudini di maschi giovani, esponendo le città alla distruzione, le donne al silenzio e alla rassegnazione, quando non allo stupro, la natura e gli animali allo scempio… la guerra è una pratica arcaica ed è una pratica maschile».

Lo scrittore che questa primavera è stato megafono dell’adunata romana in difesa della civiltà europea minacciata dalle autocrazie sembrerebbe oggi percosso da un tremito di resipiscenza. E Lea Melandri e Gianni Cuperlo, citati dall’autore, gioiscono. Ma attenzione. L’uomo dell’amaca vola alto. Mette nel mirino non una concreta dislocazione di potere orientata alla guerra; se la prende piuttosto con il patriarcato come tale, adeguando alla bisogna il refrain che per anni ha paludato i media mainstream nella lotta contro i femminicidi. Sempre colpa sua, di questo patriarcato senile che non ne vuol sapere di farsi da parte.

Ce ne liberassimo una volta per tutte, allora sì: avremmo la pace e un’Europa finalmente depurata dell’ultimo difetto capitale. E se non la pace universale, almeno una guerra giusta. Con giovani generali e generalesse a dirigere e una fanteria rigorosamente over 60 a fare la carne da macello in trincea. Che poi, scherzi a parte, non è nemmeno una trovata così irreale, considerato che in Ucraina gran parte dei giovani ha disertato, sicché sembra che l’età media dei coscritti sia sopra i quarant’anni. A morire, se non i nonni, pare siano i padri, più dei figli.

Lo sterminio del patriarcato. E comunque, applicata alle moderne società occidentali, la tesi della persistenza del patriarcato è un’idiozia sesquipedale, inventata ad arte per circuire le donne. Vale per i cosiddetti femminicidi, che originano semmai da una fragilità maschile ormai svincolata dall’onere della responsabilità patriarcale. E vale per il discorso bellico.

Basti pensare che molte delle voci belliciste più sfrenate, sino a una forma querulante di isteria, sono di donne “emancipate”, ovvero parte non irrilevante della classe dirigente eurofila. Le Kallas, le von der Leyen, le Metsola, le Picierno, solo per citare le capofila di un elenco che diventa ossessivo nel mondo mediatico.

Sono loro che, in prima fila, dirigono il coro bellicista. Il fatto che non abbiano alcun seguito fra le donne in generale, specie quelle che hanno figli, spesso unici, e che piuttosto che mandarli in guerra li murerebbero nei canterani, non toglie che costoro siano espressione di una degenerazione del processo di emancipazione femminile in chiave borghese ed elitistica.

Viene da pensare che la morte (essa sì reale) del padre nelle società occidentali abbia aperto le porte non già a un dolce matriarcato, ma a un aggressivo e androgino atavismo post-patriarcale. Se nel passato patriarcale, in ossequio alla sensibilità cavalleresca, le donne venivano al più inviate nelle retrovie come crocerossine, oggi prendono le più coriacee e le mandano direttamente in trincea, cioè in televisione o nella burocrazia europea, come zelanti propagandiste. Sono loro, queste degenerate, più ancora dei vecchi balordi, a incitare i giovani a morire per l’ideale.

Che poi i sondaggi nostrani rivelino, come mi fa notare la Mauthe, che sono più gli anziani, specie se del PD, ad abboccare all’amo della guerra, ha una spiegazione coerente con il quadro delineato e salva da una strabica fallacia correlativa. Non è la vecchiaia in quanto tale a inclinare alla guerra, ma la teledipendenza — in questo caso rafforzata dalla pididipendenza.

 

* Grazie a Fausto Anderlini

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