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Con Trump il capitalismo realizza il suo obiettivo: eliminare la mediazione politica. I ricchi governano senza partiti né parlamenti, mentre l’opposizione ne copia il modello. Nasce un autoritarismo “progressista”, vestito di buone intenzioni.
La grande sostituzione
Il sogno recondito del capitalismo si è materializzato grazie a Donald Trump: la fine di ogni intermediazione politica.
Saranno gli stessi ricchi a disquisire di politiche pubbliche. Ma non più cercando di influenzare le ideologie, travestendosi da repubblicanesimo, da liberalismo, da socialdemocrazia, da conservatorismo. No, non più. Lo faranno in prima persona, senza quelle cattedrali elefantiache chiamate partiti, senza quelle consuetudini poco agili chiamate parlamenti.
La grande utopia capitalista si avvera a Davos, dove era stata ideata e progettata. L’umanitarismo filantropico, l’interventismo no profit nelle aree di crisi, il cosmopolitismo ideologico, la cultura globish delle istituzioni, la civilizzazione bellica, il culto dell’efficienza privata e della tecnica, la psicologizzazione dei problemi sociali, l’epica sull’imprenditore visionario che aggiusta il mondo, sono stati assi portanti per l’operazione di svuotamento degli Stati, del conflitto sociale, del movimento dei lavoratori.
E così oggi sono gli stessi capitalisti a protestare in corteo contro un loro omologo, perché anelano tasse più equamente distribuite. Hanno bisogno di credibilità i contestatori di Trump, proprio perché puntano direttamente al trono, senza quel fronzolo fastidioso chiamato democrazia. Si materializzano, con precocità rispetto alle previsioni, i trumpisti progressisti.
Quelli che riverniceranno di passi poetici l’autoritarismo liberale che Trump ha svestito di metafore ingentilite. Ricordiamoci della Grecia, di quanto la cultura del più forte da anni, e non da mesi, corrompe i ragionamenti. E di quanto oggi quella cultura si sia socializzata e sia diventata il cerimoniale consueto delle relazioni umane.

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