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lunedì, Agosto 15, 2022

Rossi! Rossi! Rossi! 40 anni dopo quell’Italia-Brasile 3-2, apice di un vecchio mondo

Quell’Italia-Brasile 3-2 fu uno degli ultimi momenti dell’affermazione di determinati valori contro l’opinione pubblica, contro la moda del momento, contro l’idea postmoderna del  cambiare stile, modi di vita e consumi continuamente.

Quell’Italia-Brasile 3-2…

Il 5 luglio 1982 è una delle grandi date della storia d’Italia e non solo del calcio italiano. Lo dico sperando di non esagerare e chiarendo che non mi riferisco all’interpretazione postuma della vittoria “mundial” come celebrazione dell’uscita dal “buco nero” degli anni Settanta segnati dal terrorismo e dalla crisi economica.

Si tratta di una stupidaggine giornalistica che circola da qualche anno per imporre una lettura distorta e di destra, per la quale gli anni Settanta sarebbero il male e gli anni Ottanta l’inizio di una nuova era pacificata e felicemente post-ideologica.

Ovviamente, non mi riferisco a niente di tutto questo quando affermo che il 5 luglio è una data della storia d’Italia tout court. Io parlo del fatto che quel gruppo di uomini seppe resistere alle pressioni dell’opinione pubblica di destra e di sinistra per difendere le proprie idee, la propria dignità di squadra, di atleti e di uomini.

Già quarant’anni fa, il calcio italiano era sotto l’attacco volgare e smodato dell’opinione pubblica, accusato di essere vecchio, non divertente, difensivistico e, quindi, non vincente.

Bersaglio principale di questi attacchi fu Enzo Bearzot che oltretutto aveva la “colpa” di dare poca soddisfazione ai giornalisti perché, semplicemente, alle provocazioni non rispondeva (a parte quello schiaffo alla ragazza che sotto casa lo appellò “scimmia”) e, magari, salutava tutti con un sorriso ai bordi della pipa.

E così, per vendicarsi, sui nostri giornali veniva rappresentato nelle vignette come uno scimmione perché, oltretutto, aveva il difetto di essere brutto e di non essere un personaggio per via di quel suo essere misurato, cordiale e serio allo stesso tempo, severo, paterno e di poche parole.

In questo molto simile al capitano della Nazionale, Dino Zoff, così friulano, così taciturno, così adulto. E nemmeno il grande Dino fu risparmiato: vecchio, pensionato, portiere d’albergo.

Insomma, qual era la colpa di Bearzot? Per l’opinione pubblica – tutta, di tutti i giornali, di tutta la Rai, di destra, di sinistra, tranne che per Italo Cucci, allora direttore del Guerin Sportivo, che difese il “vecio” e i suoi a spada tratta – era quella di non essere moderno e di voler difendere a tutti i costi il suo gruppo, i suoi ragazzi, scelti non solo per le qualità tecniche, ma anche per quelle umane, per la capacità di essere una vera squadra.

La canea contro quella Nazionale fu così forte e smodata che qualche onorevole si prese anche la briga di preparare un’interrogazione parlamentare contro i premi dei calciatori azzurri che da lì a poco sarebbero partiti per la Spagna.

Si inventarono anche intimità omosessuali (la dico così e non mi addentro oltre perché mi fa troppo schifo l’omofobia di quei giornalisti per i quali un eventuale rapporto gay sarebbe stato infamante) nel ritiro degli azzurri.

Bearzot resistette e due sono i momenti fondamentali di quella resistenza. Il primo fu la decisione di convocare Paolo Rossi, appena uscito dalla squalifica per il calcio scommesse, e di continuare a schierarlo anche dopo le prime tre deludenti partite del girone di qualificazione.

Pensate alla redazione sportiva Rai che da sempre è composta in gran parte di romanisti: infuriati contro Bearzot e contro Paolo Rossi – oltretutto per loro indegno di essere convocato in quanto appena uscito da una squalifica – che avevano sottratto il posto a quello che consideravano il titolare naturale: il centravanti della Roma Roberto Pruzzo, quell’anno capocannoniere del campionato.

Poi Pablito esplose come sappiamo e il vero bomber fu lui, capocannoniere dei Mondiali, altro che campionato! Il secondo momento chiave di quella resistenza fu la decisione del silenzio stampa da parte dei giocatori come forma di indignata protesta contro la canea scatenata in Italia contro la Nazionale.

Nessuno concesse più interviste e a fine giornata si presentava ai microfoni solo il capitano, Dino Zoff. Che colpo! I giornalisti costretti a parlare con il vecchio portiere d’albergo, quello che secondo loro non ci vedeva ormai nemmeno bene, quello che rispondeva a monosillabi, così serio, così friulano.

Tutti conosciamo la storia sportiva. Il 5 luglio 1982, esattamente quarant’anni fa, Paolo Rossi esplose e infilò tre volte la porta del Brasile e Dino Zoff si esibì in una grande parata a pochi secondi dalla fine tenendo il pallone incollato alla linea di porta. Risultato(i)? Italia 3 – Brasile 2, Bearzot (Paolo Rossi, Dino Zoff) 2 – vergognosa opinione pubblica italiana 0.

Perché allora il 5 luglio, e poi le successive date fino alla finale dell’11, è una data importante della storia nazionale?

Perché fu uno degli ultimi momenti dell’affermazione di determinati valori contro l’opinione pubblica, contro la moda del momento, contro l’idea tutta postmoderna per la quale l’uomo è solo un vivente che deve godere e deve quindi sempre muoversi, sempre cambiare stile, modi di vita e consumi al fine di rispondere a questa sua natura.

Quarant’anni fa, invece, un gruppo di giovani uomini, guidati dal loro “vecio” Enzo Bearzot e da un “quasi vecio”, Dino Zoff, decisero che in nome di un pezzo di cultura sportiva, e non solo sportiva, e cioè il calcio all’italiana – peraltro modernizzato, tanto che nei gol di quell’Italia vediamo danzare nell’area avversaria terzini e libero – si poteva resistere alla pressione dell’opinione pubblica.

Dissero che non è vero che bisogna solo muoversi, ma bisogna anche consistere, avere un progetto radicato nella storia per dare forma e misura all’indeterminazione dell’umano, che bisogna essere squadra e quindi social catena per elaborare il mondo perché cambiare continuamente e consumare non basta all’essere umano, dal momento che le domande del mistero dell’esistenza sempre e comunque lo tormentano fino alla fine dei suoi giorni.

In quel luglio del 1982, dunque, non iniziò una nuova epoca dopo il “buco nero” del terrorismo e del conflitto sociale. Assistemmo in quei giorni all’apice del vecchio mondo, alla sua massima espressione.

Poi, tutti si vergognarono di essere stati comunisti, di essere stati intellettuali, di aver contestato la borghesia e la sua ipocrisia, di aver fatto film troppo impegnati ecc…

Mi rendo conto che assegnare a una squadra di calcio il compito di rappresentare l’apice di un vecchio mondo possa sembrare strano. Berlinguer morirà dopo due anni, ma ormai tutto stava già finendo e lui lo sapeva.

Però sapeva anche, proprio come il “vecio” Bearzot, che bisogna tenere duro, mantenere il punto, perché quell’esempio diventerà comunque storia e qualcuno, un giorno, forse, potrà riprenderlo.

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Claudio Bazzocchi
Claudio Bazzocchi
Studioso di filosofia politica

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