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Il caso del tredicenne che a Bergamo ha accoltellato una professoressa, apre molte riflessioni che spesso non portano al punto focale. La retorica del self-made man trasforma la vita in competizione permanente: investimento, performance, successo o fallimento. Il risultato è una società che psicologizza i problemi sociali e genera violenza, burnout e solitudine, mentre ignora le cause strutturali.
Quando si accoltella l’ostacolo al sogno
Il melodramma capitalista ha un suo recitato che fa da ritornello amplificato in filodiffusione: l’individuo deve trovare le forze per raggiungere l’autorealizzazione. Ognuno deve investire su sé stesso perché poi quell’investimento produrrà un risultato e il risultato dipenderà esclusivamente dal proprio sforzo. Insomma si può sognare in grande. Lo dimostrano continuamente gli sportivi di successo, gli chef stellati, gli imprenditori visionari. Sport, cucina, impresa, sono i tre ambiti principali nei quali la cosiddetta narrazione del self-made man assume contorni elegiaci.
Non basta il talento; il talento va nutrito con un impegno che non si può lamentare, sordo alle fitte date dalla fatica, impermeabile allo sfruttamento e alla frustrazione.
Perché sia costruito a dovere questo percorso auto-evolutivo nel solco delle scelte di mercato, capaci di disciplinare il soggetto alla durezza della vita concorrenziale, è necessaria la costruzione di un itinerario curriculare privo di ombre.
Serve un accompagnamento docile alla positività dell’esistenza. Scompare dallo spettro dell’esperienza personale la negazione. Sarà poi il mercato a costruire l’individuo, in tappe progressive di sviluppo perpetuo che porteranno al successo o al fallimento, eventualmente curabile con l’intervento della psicologia comportamentista che dovrà riabilitare il soggetto a nuove sfide personali. In una continua psicologizzazione delle problematiche sociali.
La crescita diventa un investimento ed è proprio l’investimento il concetto chiave della nostra rete relazionale. “Ho investito su questa relazione”, “ho investito su questo progetto”, “ho investito sulla tua formazione”. Sono frasi che misurano il grado di performatività delle condotte umane. Ma che, al contempo, determinano il crack emozionale che conduce alla violenza esacerbante dei nostri tempi che si sfoga nei femminicidi, nelle relazioni scolastiche, nei rapporti individuali, in tutti quegli ambiti insomma dove esplodono inesorabili le negazioni.
Fa da contraltare a questa violenza, quella contro sé stessi. Quella del burnout, dell’ansia da prestazione, della depressione, della bulimia e del suicidio, che è sempre negato a priori dagli affetti più prossimi. Tutti erano pieni di entusiasmo. Sempre positivi.
Ogniqualvolta si manifesta un caso di intollerabile violenza, soprattutto giovanile, ecco che arrivano puntuali due manifestazioni apparentemente contrapposte. Quella securitaria e quella del pedagogismo inclusivo.
Entrambe non fanno altro che perpetuare la consueta ricetta improntata a un feroce individualismo competitivo. Due facciate dello stesso disco che diffonde americanismo ideologico: carcere, accompagnamento farmacologico o servizi sociali per chi resta indietro.
Nessuno si pone il problema del rovesciamento culturale del sistema. Perché si torni a ragionare in termini di salvaguardia di una comunità, perché la scuola torni a formare cittadini e non imprenditori di sé stessi, perché lo Stato non assecondi modelli mutuati dal mindset della Silicon Valley e perché la società riconsideri in chiave virtuosa una politicizzazione dialettica dell’esistenza. Si dovrà rifuggire dalla dimensione schiavizzante dell’eterno presente che non lascia scampo alla propria condizione di partenza, a meno che non si realizzino record del mondo, piatti stellati o start up digitali.
La cannibalizzazione dei rapporti interpersonali è la scaturigine di questa dittatura della sfera personale. Un personale che dovrà aggiornarsi di continuo per tenere il passo dell’obbligo alla prestazione. Chi ostacola questa rincorsa affannosa al risultato misurabile scatena la reazione frustrata dell’infantilismo narcisista, salvaguardato da genitori, pedagogisti, influencer, motivatori e, più in là nel tempo, dalla psicanalisi del lavoro.
Un disincanto competitivo capace di dare forma a quel cinismo compulsivo che introietta la mentalità di guerra. Destino al quale l’Occidente collettivo sembra guardare con crudele accondiscendenza.

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