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Quando il dissenso diventa terrorismo: la lingua del potere

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Dalla fine del conflitto sociale al ritorno della repressione: il potere ridefinisce il dissenso come terrorismo per giustificare leggi speciali, controllo e chiusura degli spazi. Una mutazione semantica che prepara una società di guerra.

Sono terroristi? La repressione e la scelta delle parole

Non riesco a decifrare l’identità di quei manifestanti così veementi nel circondare un agente di polizia. Non ne conosco il volto anche se intuisco la natura del travestimento. I video dati in pasto al pubblico sono frammenti, non descrivono la verità della dinamica.

Sono distante, per sensibilità politica, dal mondo dei centri sociali, non tutti ovviamente, ma in particolare da quelli che si riconoscono in una determinata rete che, per comodità, chiamerò Antifa’. Non perché non sia antifascista; l’antifascismo però non lo riduco a una caratterizzazione che si può declinare al negativo. Sono antifascista per diretta emanazione del mio essere socialista.

Conosco l’eterogeneità di quel mondo e la contemporanea presenza di soggettività tra le più disparate. Però da decenni, insomma dalla fine degli anni Ottanta, quel movimentismo ha egemonizzato la dimensione della sinistra radicale. Una mistura di anarchismo postmoderno e di post-operaismo incentrata sulla cultura delle occupazioni.

Una corrente che ha cercato di radunare un dissenso post-marxista, e quindi post-strategico. Negli anni del riflusso, del disimpegno strutturale, il dissenso si è rannicchiato sulle istanze radicaleggianti e soggettivistiche della New Left statunitense in un tessuto di militanza tenuto insieme dal senso di inadeguatezza psicologica di alcune specifiche comunità.

Ne nacque un attivismo spento, immalinconito, incapace di sintesi politica, attento in primo luogo alla salvaguardia degli spazi occupati, ritenuti il cardine esistenziale del movimento stesso.

Gli spazi occupati non potevano che divenire il luogo simbolico di una ritirata culturale, di un vivere sopravvivendo e, per questo, un luogo di gestione del capitale sociale e politico capace di far germogliare le occupazioni stesse, tenendole continuamente in vita. Motivo per cui il radicalismo post-marxista ha dovuto tenersi strette le amicizie con la sinistra liberale, nel momento in cui essa gestiva l’amministrazione delle grandi città con i loro super-sindaci dall’aria creativa e manageriale.

Questa commistione ha determinato una mancanza di analisi sulle cause della regressione politica nelle società a capitalismo avanzato, della dispersione del conflitto verticale e dell’arretramento storico della sinistra radicale, ormai assuefatta da alcune parole d’ordine del neoliberalismo progressista, perfettamente coincidenti con quelle della cultura imprenditoriale più civilizzata.

Il personale è politico, lo sfoggio di un’individualità capace di liberare il soggetto dai vincoli oppressivi delle comunità in un libertarismo astratto, la fascinazione per la nuova frontiera digitale dall’anima piratesca, una postura situazionista sovrapponibile agli impeti creativi dei professionisti del marketing, sono stati tutti elementi fondanti dell’americanismo di sinistra profetizzato da Veltroni e poi rivisitato in chiave post-industriale dai centri sociali.
Si spense l’impeto di sovvertire il sistema in chiave socialista che negli anni Settanta si manifestò con un’emotività antisovietica.

Dopo Genova, quella moltitudine ha rimodellato le proprie parole d’ordine sui canovacci di una guerriglia comunicativa poggiata sui diritti d’inclusione, su una globalizzazione delle possibilità contrapposta a quella finanziaria. Senza rendersi conto che le due globalizzazioni viaggiavano a braccetto nelle intenzioni del grande capitale. È solo ora, a crisi dell’Occidente conclamata, che il capitalismo sta sguainando la spada della repressione, tradendo in un certo senso l’alleanza tra neoliberismo e radicalismo di sinistra. Trasformando il consenso molle permissivo in un consenso duro e repressivo.

Ma nonostante questo impianto culturale, anche molto semplice da infiltrare data la mancanza di verticalità gerarchica nell’organizzazione politica, nonostante questo individualismo assembleare dove tutti sembrano partecipare a titolo personale, la rabbia, anche se di stampo emotivo, anche se prepolitica perché non indirizzata a una scelta strategica, fa strano che venga classificata, in maniera bipartisan, come un capriccio di piccoli borghesi annoiati. Si nega l’esistenza di una frustrazione sociale massificata, di una precarietà esistenziale espressa senza troppe elucubrazioni argomentative.

La negazione di questa realtà da parte del potere diventa uno stratagemma per giustificare incomunicabilità politica e, di conseguenza, la fine della razionalità democratica.
E infatti, le espressioni di dissenso, anche le più impetuose, vengono descritte dal sistema politico liberale come gesta terroriste. Un marchingegno logico buono sia per le questioni interne e sia per le questioni estere.

I palestinesi sono terroristi, perché governati da Hamas, per cui val bene un genocidio. I dissidenti interni diventano, nelle ricostruzioni di Crosetto, del “Corriere della Sera” e delle altre testate giornalistiche, terroristi. Immediatamente si preparano nuovi pacchetti sicurezza, nuove misure repressive. Si apre la strada per la chiusura di ulteriori spazi sociali, per l’intimidazione sistematica a intellettuali, militanti, partiti politici non allineati.

L’aggressione di teppismo giornalistico nei confronti di Alessandro Barbero degli ultimi giorni ne è un esempio plastico. Anche l’utilizzo del termine “antagonisti” da parte della stampa dalle grandi firme professionali, non rimanda a una struttura ideologica dotata di dignità storica. Il termine è già un alibi per un giro di vite poliziesco.

Il clima si fa sempre più cupo, sempre più opprimente. Guerra, milizie di polizia equiparabili a gang di fuorilegge, pratiche intimidatorie del potere, propaganda giornalistica equiparabile al fanatismo più accecato. L’Occidente si prepara a governare una società di guerra e la supremazia poliziesca, magari con dei Pubblici Ministeri non più garantiti dall’autogoverno della categoria, si manifesterà a pieno regime quando il conflitto si estenderà alle dinamiche interne dei luoghi di lavoro.

In quel caso, con mille pacchetti sicurezza in più, la gestione dell’ordine pubblico dovrà dare una risposta di efficienza a chi davvero tira le fila di tutto: i capitalisti e la loro inarrestabile sete di profitto.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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