Perchè si arriva alla guerra tra potenze?

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La guerra tra potenze è sempre preceduta da guerre “fredde”: commerciali, informatiche, tecnologiche, finanziarie. Ma perchè si arriva al conflitto?

La guerra tra potenze

I dazi, la confisca dei depositi o delle proprietà, le sanzioni sono tutti strumenti che talvolta precedono il conflitto armato (il quale, quando arriva, ingloba tutti i precedenti).

Generalmente, il conflitto arriva quando ci sono due condizioni:

1- I due avversari sono almeno pari (altrimenti il più debole eviterebbe in ogni modo lo scontro – guerre squilibrate accadono, ma sono guerre sciocche e spesso di breve durata per l’imparitá di forze).
2- Si sono formati due schieramenti compatti anche tra parti diverse che si sono raggruppate per combattere (questo avviene tanto nelle guerre civili tra parti sociali, quanto nelle guerre internazionali tra blocchi di Stati).

Già dai tempi della Guerra del Peloponneso vediamo Atene creare la sua Anfizionia sui mari e Sparta la sua alleanza sulla terra.

Di solito, le potenze rivali sposano valori ideologici diversi, questo perché di solito rappresentano interessi economici (e quindi classi sociali che si arricchiscono) in modo diverso e che si scontrano per continuare ad accumulare potere/ricchezza a discapito delle altre (i Persiani erano ancora un altro modello, i Macedoni un altro ancora).

Il capitalismo sviluppa questa dinamica competitiva su più livelli: tra imprese, tra gruppi di interesse, tra nazioni, tra classi sociali. Questo equilibrio è dinamico, ad esempio, nelle grandi rivoluzioni novecentesche quasi sempre gli operai si allearono almeno in un primo momento con la borghesia nazionale o i contadini; in Africa, America Latina, Mediterraneo e mondo arabo, il ruolo della borghesia progressista fu spesso preso dai militari (esempi: Portogallo e Burkina Faso).

Insomma, caratteristica della vita come individuo o gruppo di individui è la costante ricerca dell’equilibrio per sopravvivere nel caos (mi si passi la licenza poetica); questa si realizza attraverso una strategia di adattamento (che non vuol dire vinca il migliore), al contrario vuol dire trovare il giusto mix tra competizione, equilibrio, altruismo e individualità, conformismo e creatività, ogni polo ha pro e contro che possono essere preferibili in alcuni contesti, deprecabili in altri.

A me sembra che la via cinese, o meglio le possibilità che questa apre, siano le più papabili in quella direzione.

Battiato diceva: “Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre” e in qualche modo non era così lontano dalla realtà.

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parole ribelli, menti libere

 

 

Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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