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Il caso Schettini riaccende il nodo dell’asimmetria tra docente e studente: dai manuali “consigliati” ai like richiesti, il confine tra didattica e promozione si fa sottile. L’indignazione social personalizza, ma il problema è strutturale: potere, costi, discrezionalità.
Dal manuale al like: una dinamica che si ripete.
La vicenda che ha coinvolto Vincenzo Schettini, fisico e docente italiano conosciuto per la sua attività di divulgazione scientifica attraverso canali social e Tv, si è rapidamente trasformata nell’ennesimo processo mediatico online. Schettini avrebbe richiesto ai suoi studenti di liceo di guardare i suoi video online per aumentarne le visualizzazioni e di interagire con essi – per esempio mettendo like o lasciando commenti – come parte delle attività didattiche, con possibili ricadute anche sulla valutazione.
Commenti, prese di posizione e giudizi tranchant si sono moltiplicati con la consueta velocità dell’indignazione online. Resta inteso che se le contestazioni emerse fossero confermate nei fatti, il comportamento sarebbe criticabile sul piano etico e professionale.
La polemica sui like obbligati colpisce forse perché appare nuova, ma nella sostanza ripropone una dinamica ben nota nei contesti educativi: quando il confine tra attività didattica e promozione di materiali propri diventa sottile. Questo vale anche nella scuola secondaria, dove il rapporto gerarchico tra docente e studente è, se possibile, ancora più marcato. Che si tratti di acquistare un manuale o di mettere un like, il nodo resta lo stesso: il rapporto asimmetrico tra chi insegna e chi apprende.
La vicenda Schettini intercetta perciò un malessere più profondo che attraversa da anni il sistema dell’istruzione, università in testa ma non solo. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano, né di relativizzare eventuali errori personali. Piuttosto, di riconoscere che molti studenti percepiscono l’università – e in parte anche la scuola – come ambienti ancora segnati da forti asimmetrie di potere, prassi poco trasparenti e costi spesso scaricati sulle loro spalle.
Un esempio emblematico – e largamente discusso nelle comunità studentesche – riguarda l’uso dei libri di testo. In molti corsi universitari viene richiesto l’acquisto di manuali specifici, spesso in edizione aggiornata e talvolta scritti dagli stessi docenti che tengono l’insegnamento. Formalmente non c’è nulla di illegittimo: il diritto d’autore va rispettato e i materiali didattici devono essere tutelati. Tuttavia, dal punto di vista degli studenti, la situazione appare meno neutra. Il margine di scelta percepito è minimo: il libro “consigliato” diventa di fatto obbligatorio; le alternative sono scarse; l’uso di fotocopie o versioni digitali non ufficiali è scoraggiato o esplicitamente vietato.
Il risultato è un costo aggiuntivo che pesa su bilanci già fragili, soprattutto in un contesto in cui borse di studio e sostegni economici restano insufficienti per molti. Non è una violazione in sé, ma è una dinamica che rende visibile lo squilibrio strutturale tra chi insegna e chi apprende.
È in questo terreno che le polemiche individuali trovano risonanza. I social tendono a personalizzare problemi che sono spesso sistemici: si individua un volto, si costruisce un caso, si consuma l’indignazione. Molto più raramente si apre una discussione sulle pratiche quotidiane che alimentano un senso diffuso di frustrazione nel mondo dell’istruzione.
L’università – come in parte anche la scuola – diventa scandalosa quando c’è un nome da mettere in tendenza; molto meno quando le sue rigidità fanno parte della routine. Eppure è proprio lì – nelle consuetudini sedimentate, nei piccoli obblighi dati per scontati, nei costi invisibili – che si misura la qualità reale di un sistema formativo.
Questo non significa confondere i piani. Le responsabilità individuali, quando accertate, restano tali e vanno affrontate con serietà. Ma fermarsi alla dimensione personale rischia di produrre solo cicliche ondate di indignazione, senza incidere sulle condizioni che rendono credibili – agli occhi di molti studenti – le critiche al sistema.
Il caso passerà, come passano tutte le polemiche social. Ciò che non dovrebbe sparire è la domanda più scomoda: quanto sono davvero tutelati gli studenti nelle aule scolastiche e universitarie? Finché la risposta resterà incerta – e finché i loro diritti continueranno a dipendere, anche solo in parte, dalla discrezionalità dei docenti – l’indignazione tornerà ciclicamente, con volti sempre diversi.
Il punto, in fondo, non è mettere sotto accusa l’autorevolezza dell’insegnamento, che resta necessaria, ma interrogarsi su come viene esercitata. In un contesto educativo maturo, l’autorevolezza non dovrebbe mai tradursi in una leva implicita sulle scelte degli studenti, né dentro né fuori dall’aula. Un sistema educativo moderno non chiede fiducia ma la costruisce, mettendo al centro libertà di scelta, trasparenza e relazioni realmente libere da logiche di potere.

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