Muoia Sansone con tutti i filistei: Israele nella trappola di Sinwar

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Netanyahu finanziava Hamas per non fare lo Stato palestinese. Sinwar studiava Israele dal carcere. Quando ha colpito, sapeva esattamente cosa avrebbe scatenato. Israele è Sansone: stava abbattendo il tempio da anni senza accorgersene.

Israele e la trappola di Sinwar: quando il nemico ti conosce meglio di te stesso

Per capire dove si trova oggi Israele — impegnato simultaneamente su cinque fronti, con operazioni attive a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e con l’Iran sullo sfondo come minaccia esistenziale permanente — bisogna smettere di guardare il presente e tornare indietro. Non al 7 ottobre, che è il momento dell’esplosione, non il momento della causa. Non agli Accordi di Abramo, che sono la scenografia di un processo già compromesso alla radice. Bisogna tornare a una scelta strategica precisa, compiuta con lucidità e reiterata per decenni: la scelta di non capire il nemico perché considerarlo umano avrebbe reso impossibile quello che si stava facendo.

È da quell’errore — politico, militare, prima ancora che morale — che discende tutto il resto. È da lì che bisogna partire per capire cosa aveva immaginato Yahya Sinwar quando ha pianificato l’attacco, che coincideva con la festa ebraica del Simchat Torah e del Sukkot, e perché il piano ha funzionato oltre ogni previsione.

Perchè quello che manca, nel racconto dominante, è la parte che riguarda la strategia — non il pogrom come fatto bruto ma come atto politico calcolato. Ridurre l’attacco di Hamas e delel altre sigle della resistenza palestinese a un’esplosione di furia irrazionale è un errore analitico prima ancora che narrativo, e le conseguenze di quell’errore si vedono ogni giorno sugli schermi di tutto il mondo.

Sinwar non era un fanatico improvvisato. Era un uomo che aveva trascorso ventitré anni nelle carceri israeliane — dal 1988 al 2011 — e che quel tempo lo aveva utilizzato in modo sistematico. Aveva imparato l’ebraico. Aveva letto la stampa israeliana con continuità. Aveva studiato la società che lo teneva prigioniero, le sue fratture interne, i suoi meccanismi decisionali, i suoi punti di caduta. Un’intervista al suo ex carceriere, pubblicata alcuni anni fa, restituisce il ritratto di un detenuto che osservava, catalogava, costruiva una mappa del nemico con una pazienza che aveva tutto di metodico e nulla di casuale.

Ma c’è un elemento strutturale che rende la vicenda ancora più complessa, e che Israele ha tutto l’interesse a lasciare nell’ombra. Hamas non era semplicemente un nemico esterno: era, almeno in parte, una creatura che Tel Aviv aveva contribuito a mantenere in vita. Il meccanismo era stato costruito negli anni Novanta con l’obiettivo dichiarato di frammentare la rappresentanza palestinese, indebolire l’OLP e rendere impossibile la formazione di un interlocutore unitario con cui negoziare una soluzione a due stati.

I finanziamenti transitavano attraverso il Qatar, con il consenso esplicito del governo israeliano. Nel 2019, Netanyahu lo disse apertamente in una riunione del Likud: “Chi si oppone a uno Stato palestinese deve sostenere il trasferimento di fondi ad Hamas”. Non era una gaffe: era la descrizione di una politica. L’idea era che un’Autorità Palestinese indebolita a Gaza e un Hamas finanziariamente dipendente da triangolazioni controllabili fossero preferibili a una leadership palestinese coesa e negozialmente credibile. Una strategia cinica, certo, ma anche — e qui sta l’errore fatale — profondamente miope.

Sinwar conosceva questo meccanismo dall’interno. Sapeva che Hamas era considerata da Israele uno strumento funzionale, una variabile gestibile. E sapeva che questa sottovalutazione era la principale vulnerabilità del nemico. Ha aspettato il momento giusto: quello in cui la questione palestinese era scomparsa dall’agenda internazionale, in cui gli Accordi di Abramo stavano normalizzando i rapporti tra Israele e i paesi arabi sunniti, in cui la società israeliana era lacerata da una crisi costituzionale interna sulla riforma della magistratura. Poi ha agito.

La radice del disastro

Per capire perché Israele non ha visto arrivare tutto questo — e perché continua a non vedere — serve una chiave interpretativa che va oltre la tattica militare. C’è una citazione di Hegel, tratta dagli scritti giovanili, come ricordato e sottolineato da Giuseppe De Ruvo nell’ultimo numero di Limes, che risulta illuminante per comprendere il ragionamento che sviluppa l’analista della rivista di geopolitica. Commentando il sacrificio di Isacco, il filosofo scrisse che Abramo “volle non amare”: una formulazione che non equivale a “non volle amare”. La distinzione è sottile ma decisiva.

Abramo non era incapace di amore: aveva scelto attivamente di non amare il particolare — suo figlio, la persona concreta davanti a lui — perché il suo amore era tutto riversato sull’universale, sulla terra, sul progetto, su Dio. Era una forma di devozione all’astrazione che rendeva invisibile il singolo essere umano in carne e ossa.

Israele si trova oggi in una fase analoga: il progetto del Grande Israele — chiamatelo regno di Giudea, come fa Ilan Pappe, o impero regionale, come preferiscono altri analisti — si fonda su un attaccamento viscerale alla terra come entità sacrale e su una contestuale incapacità di vedere chi quella terra la abita. Non è indifferenza passiva: è una scelta attiva di non guardare.

Le conseguenze di questa cecità sono militari prima ancora che morali. Se consideri la popolazione che occupi non come un insieme di persone con lutti, memoria e una causa politica, ma come un ostacolo da rimuovere o ignorare, smetti di capire il nemico. E smettere di capire il nemico è, in geopolitica, una forma di suicidio lento.

Muoia Sansone con tutti i filistei

E sempre Giuseppe De Ruvo ci riporta al Libro dei Giudici in cui si racconta che Sansone, accecato e prigioniero a Gaza — e la sovrapposizione geografica non è casuale, “filistei” e “palestinesi” condividono la stessa radice linguistica — aspettò che i capelli ricrescessero, recuperò la forza e abbatté le colonne del tempio in cui era tenuto. La chiosa biblica è secca: furono più i morti che causò con la sua morte di quanti ne aveva prodotti in tutta la vita.

È difficile trovare una metafora più precisa per la risposta israeliana a Gaza. La distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali, università e campi profughi non sta eliminando Hamas come struttura politica e militare: sta producendo la materia prima per le sue prossime generazioni. Il teorema della moltiplicazione — per ogni militante eliminato ne emergono altri in numero superiore — non è retorica: è una costante empirica documentata in ogni contesto di occupazione che sceglie la cancellazione totale come strategia.

Sinwar è morto nell’ottobre 2024, rintracciato e ucciso durante un’operazione di rastrellamento a Rafah. Ma il disegno che aveva costruito nel corso di decenni si sta realizzando con una coerenza che nessun analista aveva previsto nella sua interezza: Israele ha rotto la normalizzazione regionale, ha riportato la questione palestinese al centro dell’agenda globale, ha logorato la propria legittimità internazionale e ha prodotto una crisi interna che non si risolverà con la fine delle operazioni militari.

In quel gioco di specchi che è la geopolitica mediorientale, l’uomo che Israele considerava uno strumento controllabile aveva studiato il proprio nemico con una profondità che il nemico non aveva mai ritenuto necessaria. La differenza, alla fine, si sta vedendo.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli