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Maranza e violenza giovanile: quando la morale sostituisce la politica

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La violenza giovanile non è identità ma condizione sociale. Destra e sinistra la riducono a slogan, ignorando che produce valore e status. Senza autorevolezza e senza cambiare le gerarchie di prestigio, ogni rieducazione è propaganda.

La violenza che conviene: perché il sistema la premia*

Il dibattito sulla violenza giovanile è diventato un esercizio di teatro ideologico. Da una parte la destra, che riduce il problema a una questione di etnia e devianza culturale; dall’altra il fronte progressista, che lo trasforma in una colpa morale collettiva da espiare con rieducazioni simboliche.  In mezzo, la realtà sociale scompare. La violenza non viene più analizzata come prodotto di rapporti di potere, diseguaglianze e gerarchie di valore, ma come patologia identitaria da trattare con slogan.

Il punto di partenza è semplice: la violenza giovanile è un fenomeno politico. Non nasce nel vuoto, né da un presunto difetto genetico o morale, ma da condizioni materiali precise. Povertà, marginalità, assenza di prospettive, riconoscimento sociale legato alla sopraffazione. Quando queste categorie scompaiono dal discorso pubblico, vengono sostituite da scorciatoie identitarie. Così la destra parla di “maranza” come se fosse una categoria antropologica, mentre la sinistra invoca la “mascolinità tossica” come se bastasse cambiare vocabolario per cambiare i comportamenti.

Entrambe le posizioni compiono lo stesso errore: scambiano la condizione per l’identità. Se una determinata fascia sociale concentra più violenza, non è perché possiede un’essenza deviata, ma perché vive in una condizione che rende la violenza uno strumento razionale di affermazione. Saltare questo passaggio significa trasformare un problema politico in una questione morale, e dunque renderlo insolubile.

Il valore sociale della violenza

La retorica progressista ha individuato una nuova panacea: l’“educazione affettiva”. Non più insegnare strumenti per comprendere il mondo, ma educare secondo una visione prescrittiva di ciò che è giusto desiderare. La scuola viene così caricata di una missione salvifica che non le compete. Il risultato è duplice: i soggetti realmente violenti restano impermeabili a qualsiasi richiamo simbolico, mentre chi già possiede una bussola etica interna viene sottoposto a una colpevolizzazione continua.

Nessun adolescente smette di fare il bullo perché gli viene spiegato che è sbagliato. Lo sa già. La violenza persiste perché produce valore sociale. In molti contesti urbani marginali, l’equazione è brutale ma efficace: soldi, rispetto, riconoscimento. La sopraffazione diventa una scorciatoia verso uno status che altrimenti resterebbe irraggiungibile. Finché questa gerarchia di valore non viene messa in discussione, ogni intervento educativo resta decorativo.

Qui emerge un altro nodo: l’autorevolezza. Le istituzioni che dovrebbero porre limiti – famiglia, scuola, corpi intermedi – hanno progressivamente perso credibilità. Non perché siano state contestate, ma perché sono state svuotate di senso. L’autorità è rimasta come forma, l’autorevolezza come sostanza è evaporata. In una società che esalta il desiderio individuale come unico criterio di legittimità, l’adolescente non riconosce limiti esterni: usa ciò che desidera come legge.

Il conflitto generazionale, fisiologico, si trasforma così in scontro permanente. L’autorità viene percepita come imposizione, mai come riferimento. In questo vuoto, la violenza si presenta come linguaggio immediato, come strumento di visibilità. Non è ribellione cieca, ma adattamento a un sistema che premia chi infrange.

L’inganno della rieducazione

La “crociata contro la norma” ha sostituito, nel discorso progressista, la critica ai meccanismi di riproduzione del capitale. Si preferisce rieducare simbolicamente l’individuo piuttosto che intervenire sulle strutture che producono diseguaglianza. È più semplice parlare di decostruzione che di redistribuzione, di linguaggio che di potere.

Ma chi trae valore dalla violenza non ha alcun incentivo a rinunciarvi. Chiedergli di farlo senza modificare il sistema che lo ricompensa è irrazionale. Al contrario, si finisce per colpire chi già si comporta in modo non violento, caricandolo di una colpa collettiva che non gli appartiene. Il risultato è una società schizofrenica: esalta il “malessere” come estetica, lo monetizza nei circuiti culturali, e poi si indigna quando quel malessere si traduce in comportamenti reali.

Si crea così una triplice distorsione. Chi esercita violenza non trova motivo per smettere. Chi la legittima culturalmente viene deresponsabilizzato. Chi non vi partecipa non riceve alcun riconoscimento e viene anzi colpevolizzato. È una distribuzione del valore sociale rovesciata, che premia la devianza e punisce la stabilità.

Rimettere ordine significherebbe restituire centralità ai corpi intermedi, non come apparati repressivi, ma come spazi di autorevolezza. Significherebbe ridefinire ciò che merita rispetto, sottraendo prestigio alla sopraffazione. Ma una società fondata sul consumo illimitato non può permetterselo: ha bisogno di desideri senza freni e di autorità senza radici.

Ecco perché il dibattito resta bloccato tra etichette e slogan. Perché affrontare davvero la violenza giovanile significherebbe mettere in discussione il modello sociale che la rende razionale. E questo, oggi, è il vero tabù.

* Quest’articolo riprende e struttura uan riflessione di Giancarlo Di Stadio.

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