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Dal “lo ha detto la televisione” delle nonne al conformismo degli istruiti: la TV trasforma semplificazioni in senso comune. Sul Venezuela cancella le classi sociali, esalta gli espatriati e oscura i poveri che difendono la rivoluzione.
Venezuela: quando la televisione pensa al posto nostro
Le nonne della mia generazione, cittadine di prima generazione dato il passato familiare contadino, erano stupefatte e grate per il tempo passato con la televisione. Ciò che ascoltavano diventava una sorta di vaticinio.
La tv rendeva credibile, ufficializzava qualsiasi enunciazione, anche la più strampalata, anche se pronunciata da uno stralunato qualsiasi.
Ma appunto erano le nonne, spesso rimproverate dai figli istruiti grazie a quel vecchio Stato assistenzialista che permetteva lo scorrere dell’ascensore sociale, a declamare orgogliose “lo ha detto la televisione“, ricalcando magari una posa di Corrado o una banalità di Mike Bongiorno. Allora erano le nonne.
Oggi a ricopiare meccanicamente i ciclostilati della televisione o delle sue vedette, sono i laureati, gli istruiti, coloro i quali sventolano con orgoglio il loro diploma breve e vorrebbero abolire, solo per quel sudato risultato prestazionale, il suffragio universale.
Ai Corrado, ai Pippo Baudo, al Rischiatutto delle nostre nonne, si sono sostituiti gli anchorman del giornalismo politico d’assalto. Formigli, Floris, nostra signora Bilderberg detta Lilli. Sono loro che dettano buon senso comune, sono loro che condizionano le conversazioni da aperitivo dei nostri rampolli neolaureati.
“Lo ha detto la televisione” è frase non più pronunciabile perché è stata interiorizzata, digerita come un non detto; perché la televisione non viene più considerata un mezzo di istupidimento di massa, bensì un veicolo culturale tra i tanti. Ed è proprio questo parterre televisivo che spinge il conformismo di massa ad accettare qualsiasi semplificazione.
Così gli schermi ci presentano alcuni venezuelani di stanza in Europa che stappano bollicine per l’atto criminale degli Stati Uniti. Ma questi pochi randagi per la società mediatica rappresentano tutto il popolo venezuelano, che ovviamente non ha differenziazioni di classe, di ceto, di provenienza geografica.
A Caracas migliaia di persone sono in piazza a difesa della Rivoluzione. Non provengono dai quartieri bene, non farneticano sui social con i cugini italiani, non sono dovuti scappare perché spaventati dal socialismo. Sono indigeni, tendenzialmente non bianchi. Sono poveri.
Il socialismo bolivariano gli ha consegnato dignità politica e sociale.
Magari neanche negli ultimi anni se la passavano benissimo, ma ricordano la loro condizione prima della rivoluzione, ricordano le azioni dei governi filoamericani. Ricordano la repressione del Caracazo, ricordano le politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale.
Insomma le classi sociali esistono. Non esiste una volontà collettiva venezuelana uniforme perché l’unità collettiva la fornisce la classe, non genericamente la cosiddetta gente. E in Venezuela, come nella gran parte del Sudamerica, i ricchi, i bianchi ricchi e i loro vassalli, non fanno prigionieri quando ci sono da proteggere i loro interessi di profitto, tanto da foraggiare colpi di Stato militare, fascismi neoliberali e Garage Olimpo.
Come nel Cile di Allende, come quando arrivò Pinochet. Perché di questo si tratta. Oggi gli istruiti della televisione vi direbbero di tifare per il fascismo di Pinochet, a difesa della civiltà e del mondo libero. Lo direbbero con quella paternalistica accondiscendenza tipica del progressismo evoluzionista. Quello che crede fermamente alla nostra superiorità razziale, senza voler passare necessariamente per razzista.

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