Le piazze iraniane e le nostre illusioni coloniali

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Dopo l’eliminazione del leader iraniano, parte del centrodestra italiano scambia video di piazza per rivoluzione nazionale. Ma l’Iran è più complesso: consenso ampio, dissenso minoritario e spesso etnico. La geopolitica non è tifo da bar.

L’illusione delle piazze e la favola della liberazione

– Gabriele Busti & Alexandro Sabetti

C’è una categoria umana che meriterebbe un premio speciale: quella che scambia un centinaio di video su X per la volontà di un popolo intero. In queste ore, dopo l’eliminazione della guida suprema iraniana Khamenei, una parte del centrodestra italiano si è esibita in un esercizio di dilettantismo geopolitico: “Vedete? Le piazze festeggiano. Gli iraniani sono con noi. Solo i sinistri difendono i dittatori”.

È la stessa logica per cui, nel 2011, quando Berlusconi cadde sotto il peso di una manovra parlamentare e mille progressisti si radunarono a Roma a brindare, si sarebbe potuto sostenere che l’Italia intera fosse in festa. Una minoranza rumorosa non è un referendum popolare. È un’istantanea.

L’Iran è un Paese complesso, stratificato, attraversato da tensioni reali. Ma il consenso al sistema della Repubblica islamica resta ampio, soprattutto nelle aree rurali e tra le classi popolari religiosamente orientate. Il dissenso esiste, ma è spesso connotato da dimensioni etniche e territoriali.

Il caso di Mahsa Amini, trasformato in icona universale, è emblematico. La giovane era curda. Il suo rifiuto del velo è stato letto in Occidente esclusivamente come rivolta di genere. In Iran, per molti, è stato anche — e forse soprattutto — un gesto politico inscritto in una tensione più antica tra centro persiano e minoranze periferiche. Ridurre tutto a slogan da hashtag è comodo, ma non aiuta a capire.

La politica estera come tifo da bar

Se davvero il regime iraniano fosse sul punto di crollare per una sollevazione nazionale compatta, Washington e Tel Aviv non avrebbero riesumato il figlio dello Scià di Persia come potenziale simbolo alternativo. E invece lo hanno fatto. Non per nostalgia monarchica, ma perché sanno che eventuali crepe passano per segmenti specifici della società, non per una rivoluzione totale e improvvisa.

L’idea che eliminare un leader equivalga a spalancare le porte alla democrazia è una fantasia occidentale ricorrente. Saddam, Gheddafi, ora Teheran. Ogni volta lo schema si ripete: si personalizza il conflitto, si demonizza il capo, lo si rimuove. Poi si scopre che le società non sono Lego geopolitici da smontare e rimontare a piacimento.

Nel frattempo, in Italia, il dibattito scade al livello di curva ultras. Da un lato, chi vede in ogni intervento americano la mano salvifica della libertà. Dall’altro, chi reagisce per riflesso contrario. In mezzo, pochissimi disposti a riconoscere che la politica internazionale è un campo di interessi, non di catechismi morali.

La verità scomoda è che siamo colonizzati mentalmente. Non nel senso caricaturale del termine, ma nella nostra incapacità di pensare il mondo fuori dalle cornici fornite altrove. Le categorie, le indignazioni, le speranze prefabbricate arrivano già pronte. Noi le consumiamo.

E così, quando si parla di Iran, si oscilla tra due caricature: il regime monolitico pronto a crollare al primo scossone, oppure il popolo oppresso in attesa del salvatore occidentale. Entrambe narrazioni rassicuranti. Entrambe insufficienti.

Il mondo si muove lungo traiettorie che non coincidono con i nostri schemi. La società iraniana non è una comparsa nella sceneggiatura occidentale. Ha dinamiche interne, conflitti, equilibri che non si risolvono con un raid mirato.

Ma questo richiederebbe studio, prudenza, consapevolezza. Molto più facile sghignazzare sulle “piazze che festeggiano” e archiviare la questione come prova definitiva della superiorità morale del proprio campo.

Nel frattempo, continuiamo a guardare gli eventi globali come si guarda una serie in streaming. Episodio dopo episodio, senza mai chiederci chi scrive davvero la trama. E senza accorgerci che, mentre tifiamo, qualcun altro decide.

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