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martedì 17 Maggio 2022
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Torneranno le rivolte degli anni ’60-’70? No, ma le giovani generazioni possono fare meglio

Prima durante la pandemia, ora in queste settimane di conflitto armato, le giovani generazioni appaiono più razionali e lucide degli adulti che indicano la via.

Le giovani generazioni possono fare meglio di chi le ha precedute

Durante la pandemia ci sono stati momenti, pensiamo al movimento del Black Lives Matters dopo l’uccisione di George Floyd, che ci hanno fatto sperare in un’uscita a sinistra dalla crisi. Quel potenziale di cambiamento espresso dall’improvviso arresto di un sistema politico-economico che procedeva apparentemente indisturbato da anni è sembrato però presto spegnersi in una gestione della crisi e del successivo piano di risanamento del tutto opache, egoiste, prive di slancio e immaginazione.

I rinnovati venti di guerra che attraversano l’Europa e il pianeta segnano un secondo momento cruciale di possibile svolta che, come e più della precedente crisi pandemica, rischia di risolversi in un’apocalisse globale o, almeno, in uno scenario più arretrato politicamente, socialmente, economicamente e culturalmente.

I movimenti pacifisti, internazionalisti e per il disarmo vengono messi all’angolo, schiacciati nella falsa alternativa tra imperialismi, tra l’autocrazia e democrazie sempre più formali, ingiuste e decisioniste. Il sangue e i corpi degli ucraini vengono usati cinicamente come arma di repressione del dissenso interno con una potenza di fuoco mediatica finora mai vista.

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Dentro questo scenario desolante confesso di aver avuto qualche conforto solo dal confronto con gli studenti. Tanto durante la pandemia, quanto in queste settimane di conflitto armato, li ho trovati incredibilmente razionali, riflessivi, lucidi, attenti a non farsi abbindolare dalla risposta facile. Nessun cedimento al complottismo e all’irrazionalismo negli ultimi due anni, e, oggi, nessun compromesso con i signori della guerra. Sì, ammetto che, guardando loro, penso ci sia ancora speranza.

Certe volte mi chiedo se non li guardo in modo troppo ottimistico ma, alla fine, cercando di essere il più obiettivo possibile, dico di no. Credo di essere abbastanza obiettivo perché non l’ho sempre pensata così: quando dico le “nuove generazioni” dico proprio quelle che ora si affacciano all’età adulta. E che non assomigliano già più, questo il punto, a quelle di qualche anno fa.

Per un decennio ho avuto infatti una percezione diversa, ho dovuto affrontare un’apatia e una mancanza di interesse politico decisamente frustranti.

Certo, non ho mai assunto il tono del predicatore e del moralista, non foss’altro perché io stesso, cresciuto nella prima generazione “edonista” – quella degli anni ’80 -, non avevo alcun pulpito da cui muovere critica. Ma ora qualcosa mi sembra cambiato.

C’è stato un fenomeno che è cresciuto negli ultimi anni e che riguarda la consapevolezza rispetto alle discriminazioni e i diritti civili che oggi mi sembrano diffuse non solo in modo più capillare ma anche con una maggiore chiarezza e capacità di articolazione rispetto anche solo a 5 o 6 anni fa.

Una consapevolezza cresciuta anche grazie ai social, a cose per altro verso criticabilissime come i “meme”, le “storie” o i video di pochi secondi. La semplificazione comunicativa non basta, certo, e, anzi, alla lunga può essere deleteria, ma può contribuire a far aumentare la “percezione” dell’esistenza di un problema.

Tutti i discorsi che per tanto tempo sono stati regolarmente bollati da sovranisti, populisti e o rossobruni come discorsi “liberal”, utili a sviare dai “veri” problemi. Ma oggi questa generazione ha più facilmente contezza di cosa significhi l’ingiustizia in termini di discriminazione e parte da un giudizio netto sul tipo di società in cui vorrebbero vivere: una società in cui le dinamiche del sistema non avvantaggiano una categoria di persone su un’altra.

In questo assunto fondamentale, non c’è solo la “libertà all’americana” tanto vituperata dai reazionari di ogni colore ma anche la radice di ogni vera idea di uguaglianza.

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Sentirli identificare in modo chiaro e puntuale i problemi che donne, immigrati o gay vivono dentro una realtà che è intrisa, in senso sistemico, di patriarcato, razzismo o eteronormatività, non dà solo la misura di quanto la capacità di ragionare in termini oggettivi e sociali sia aumentata notevolmente (posso solo arrossire pensando a cosa avrei potuto direi io alla loro età su questi temi) ma anche come tutte queste questioni si trovino necessariamente intrecciate e come sia sciocco e assurdo non vedere che l’oppressione di uno chiarisce anche l’oppressione dell’altra.

Certo, ciò che manca a questa idea di uguaglianza è il lato politico, la questione dello sfruttamento che si accoppia ma non si identifica con quello della discriminazione. L’egemonia culturale neoliberista, il fatto che nei talk-show ci siano solo sfumature di liberismo, rende difficile articolare con altrettanta chiarezza il lato economico di quell’eguaglianza.

Ma di questo non si può certo far loro una colpa. Anzi, non c’è sedicenne che non sia in grado di capire al volo, anche perché solitamente la vive sulla propria pelle, la questione cruciale della mancanza di libertà economica in una società fortemente gerarchica e competitiva.

Per questo ho difeso a spada tratta le mie classi che scendevano in piazza a manifestare durante i “Fridays for Future”, mentre molti miei coetanei li guardavano dall’alto in basso e li denigravano per essersi fatti “abbindolare” da Greta, considerata un mero “fenomeno di moda” pilotato da oscuri interessi.

Io invece pensavo e penso che chi scende in piazza per la prima volta in vita sua, se lo fa per idee che chiedono un cambiamento progressivo nelle politiche economiche, dovrebbe essere incoraggiato, a prescindere dalla profondità con cui sa formulare quelle idee.

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Questo è un punto particolarmente delicato e va trattato adeguatamente: se è vero che non c’è azione senza un pensiero articolato, è anche vero che la volontà, soprattutto quella che ha il coraggio di dire “no”, è alla base di tutto, perfino del pensiero critico più raffinato. Forse qualcuno ricorderà ancora Simone, il ragazzo di Torre Maura che affrontò da solo una manifestazione razzista di CasaPound.

Un esempio che mi sta particolarmente a cuore perché è uno studente della mia scuola. Ebbene a fronte del suo spontaneo, serio, calmo rifiuto, al suo secco “no” contro un fascismo che strumentalizzava il malessere popolare ricordo ancora lo sdegno della sinistra borghese per la sua parlata romanesca. Qualcuno ha perfino osato dire che lui era “parte del problema”.

Che questa sinistra non abbia più niente da dire alle giovani generazioni è ormai chiaro. La tragedia è che non c’è un’altra sinistra in grado di offrire loro una sponda e un orizzonte entro cui muoversi e formulare il proprio desiderio di riscatto.

E lo vediamo confermato in questi giorni: nonostante vengano inondati dalla propaganda di guerra, il rifiuto della guerra – che significa riarmo, spese militari, censura interna, interessi imperialisti ecc. – è netto e diffuso. Perfino i giovani del PD trovano un momento di riscatto contro la linea catastrofica del loro Segretario.

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Non c’è ancora una sinistra che sappia offrire analisi e parole d’ordine a questa gioventù, ma c’è una gioventù che sa offrire ad una sinistra che non c’è la radicalità di cui avrebbe bisogno. Non l’estremismo cieco, il furore settario degli anni ‘70 che ancora rivive nei gruppuscoli autoreferenziali di oggi, ma il senso di una non-appartenenza che solo chi non è più bambino ma non è ancora adulto può esprimere spontaneamente.

C’è qualcosa di salutare, di vitale, di non artefatto e profondamente etico in quel “no” detto con fermezza e senza mezze misure. Non mi piace il tuo mondo, non voglio farne parte. You sons and your daughters are beyond your command, cantava Dylan. Era così ed è ancora così.

Il reporter Roberto Di Matteo che ha offerto una serie di straordinari servizi dall’Ucraina. Ha pubblicato una breve intervista a Vika, una ragazza del Donbass di 19 anni, che vive in guerra da quando ne ha 8.

Le sue parole sono un fascio di luce nel bieco rancore in cui si crogiolano le classi dominanti europee, con la loro stampa al seguito.  “I don’t care who wins. The important thing is that they stop. Peace is when people can smile”. Non giochiamo il vostro gioco sporco, lottiamo perché ci gettate in un mondo in cui ci imponete di sorridere mentre cancellate ogni speranza dal nostro domani.

Che questo momento di sana ribellione, possa diventare un “grande rifiuto” per dirla con Breton e Marcuse, è tutto da vedere. Che, come durante la guerra in Vietnam, le immagini di morte possano far coagulare un vasto movimento di protesta che assume contorni via via politicamente più radicali è forse solo una speranza, ma una speranza cui vale la pena credere e, soprattutto, per cui vale la pena lavorare.

Se potessimo rendere questa richiesta di uguaglianza, di libertà e di futuro una sfida all’ordine economico dell’accaparramento e della competizione mortifera, se potessimo tornare a pronunciare le parole socialismo e internazionalismo, se potessimo finalmente uscire dalla cappa di dogmatismo che occlude l’orizzonte del pensabile, potremmo assistere davvero ad una nuova stagione di lotte, ad una nuova richiesta di emancipazione su base di massa.

Non perché si possano ripetere stagioni politiche ormai consegnate agli scaffali della storia. Ma perché si possa, imparando dagli errori, inventarne di nuove. Perché la tragicità degli eventi che attualmente fendono il continuum storico cui ci eravamo abituati, la pax armata del capitalismo globale, ci dimostrano non solo che la storia non è finita ma anche e soprattutto che il futuro non è scritto.

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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