Un liceo di Roma sperimenta un corso di studi senza voti. Ma La scuola senza voto intende proteggere gli investimenti privati sul futuro dei rampolli, poi parcheggiate nei corsi di formazione d’élite.
La scuola senza voto
Al liceo Morgagni di Roma si sperimenta il corso di studi senza voto.
Il voto non ha nulla a che vedere con la meritocrazia. Vuole democratizzare l’impegno e il talento. Il fatto che sia pronunciato apertis verbis costringe a una sua argomentazione.
Facilita in questo modo l’ascensore sociale. Priva il giudizio del sotterfugio, della trattativa privata. Pronunciato in pubblico politicizza il rapporto con l’autorità che così appare in una dimensione dinamica e non statica. Quindi sovvertibile.
L’assenza del voto intende proteggere gli investimenti privati sul futuro dei rampolli. Attesta carriere senza macchie poi parcheggiate nei corsi di formazione d’élite. Certifica l’illusione di una gerarchia permissiva che nasce in famiglia e si propaga all’infinito. Solo il focolare domestico sarà legittimato a intervenire sulla propria capitalizzazione.
Lo studente è costruttore di sé e deve sperimentare il mercato in una prospettiva pedagogica ed evolutiva. Quindi soffice. L’assenza della valutazione esplicita il dominio della persuasione. Che vincola il soggetto alla rappresentazione fantasmagorica di un’azienda democratica.
Abitua all’accondiscendenza per lo spirito d’impresa e per il giogo della produzione acritica. Dove tutto è concesso sopravvive chi ha i mezzi di partenza più succulenti. Chi ne ha meno non possiede alcuna via di riscatto. Il voto non è arbitrio perché appunto rende dialettica la funzione pubblica dell’insegnamento. Incentiva lo spirito critico del futuro cittadino in qualità non utilitaristiche.
La de-gerarchizzazione della scuola individualizza l’abuso, corrompe l’incarico alla formazione culturale in capo allo Stato. Così la logica privata immiserisce la sfera pubblica. Ingloba la scuola nella dinamica del profitto, unico e solo giudizio etico misurabile.
Propaga l’ideologia del fai-da-te nello scorrere dell’ingiustizia. Raccoglie la dottrina del curriculum vitae e la costituzionalizza perché nel futuro non vi siano più lusinghe a collettivizzare la lotta.
La libertà viene calata in una divulgazione non democratica. Nella quale la resilienza corrobora le personalità all’accettazione dogmatica del fallimento personale. Ricompreso nei percorsi di cura farmacologici. Il sociale è così definitivamente psicologizzato. La riabilitazione varrà solo se rigenerante ai fini dell’ingranaggio imprenditoriale.
L’esistenza è mobile e flessibile. Il licenziamento un’opportunità di progresso. La pacca sulla spalla una paternale rassicurante sull’immutabilità del destino.

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