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Il Manifesto festeggia 55 anni lanciando un’open call per designer e illustratori under 35: in palio c’è la gloria, non un compenso. Il paradosso è servito: il lavoro gratuito diventa “partecipazione dal basso”, mentre si predica la lotta allo sfruttamento.
La rivoluzione secondo il Manifesto: lavoro gratis, ma rigorosamente sotto i 35
C’era una volta il plusvalore, l’espropriazione del lavoro e il capitale che si arricchiva sulle spalle del proletariato. C’era una volta la difesa dei diritti, la lotta alla precarietà e il dogma costituzionale per cui ogni lavoro richiede una giusta retribuzione. C’erano gli scioperi, lotte, compagni e compagne uniti contro lo sfruttamento delle masse lavoratrici. Poi sono arrivati i 55 anni de il Manifesto, quotidiano comunista, scritto rigorosamente in rosso.
Per festeggiare l’importante traguardo, il quotidiano comunista (scritto in rosso) per antonomasia ha deciso di regalare alla comunità un’iniziativa di puro e cristallino impianto di classe: una bella open call rivolta a designer e illustratori. L’open call è una pratica comunemente definita spec work, lavoro speculativo. Detto in inglese fa meno ribrezzo ma sempre di sfruttamento si tratta. Tema? Raccontare i valori di resistenza e critica sociale che da oltre mezzo secolo animano le sue pagine. Il compenso per chi si metterà a produrre opere originali? Zero euro. Nada. Un sincero e caloroso “grazie per la militanza”.
Trattandosi di una testata di Sinistra, anzi comunista (scritto in rosso) l’operazione non poteva non fare attenzione alle categorie più fragili. Il bando è infatti rigorosamente riservato agli under 35. Una scelta strategica impeccabile: perché chiedere il lavoro gratis a un cinquantenne già disincantato quando puoi puntare alla fame di visibilità, l’ansia da prestazione e la vulnerabilità contrattuale di un giovane precario? Sopra i 35 anni, del resto, la resistenza al capitale evidentemente scade, oppure subentra l’insano vizio borghese di voler pagare l’affitto e fare la spesa. Se hai meno di 35 anni paga mamma, papà, i nonni, è impossibile che puoi farlo da solo. Per cui è il lavoro per te!
A rendere l’affresco ancora più esilarante, o deprimente, a seconda della tolleranza individuale al paradosso, c’è la cornice istituzionale. L’iniziativa vanta la collaborazione e il patrocinio dell’AIAP, l’Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva. Ovvero il sindacato/associazione di categoria che in teoria dovrebbe battersi per la dignità della professione e contro il lavoro speculativo (spec work), ma che per l’occasione ha deciso di rispolverare il classico “lo facciamo per la cultura”. Manca solo il timbro del Comune di Roma per chiudere il cerchio magico dell’approvazione istituzionale al precariato illustrato. Che ovviamente c’è perché è un progetto promosso da Roma Capitale.
La narrazione che ne deriva è quasi poetica nella sua coerenza capovolta. Di mattina si scrivono accorati editoriali contro i lavoretti sottopagati dei giovani, contro lo sfruttamento nei tirocini e contro le logiche neoliberiste che trasformano la passione in ricatto. Di pomeriggio si lancia un contest dove il premio è la gloria di finire stampati sulle pagine del quotidiano. Un capolavoro di flessibilità ideologica: il capitale paga in “visibilità”, ma se a farlo è un giornale comunista diventa “partecipazione dal basso”.
Alla fine, non serve disturbare le analisi di politica internazionale o i massimi sistemi per capire come mai una vasta fetta di elettorato e di mondo giovanile abbia maturato un profondo disincanto verso la Sinistra contemporanea. Bastano iniziative come questa: dove la teoria predica il riscatto dei lavoratori, ma la pratica quotidiana chiede la consegna del file in alta risoluzione entro il 6 settembre. Ovviamente gratis. Pugno Chiuso! W la Rivolucion!

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