La reunion autocelebrativa dei “non più comunisti” che uccisero il PCI

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Dai festeggiamenti per i cent’anni de l’Unità a quelli del PCi, fino all’ultima iniziativa: la Federazione giovani comunisti italiani che si è riunita a Firenze dopo 40 anni. Coloro che uccisero il PCI in malo modo si ritrovano oggi come reduci di una storia gloriosa, quella storia che rifiutarono più di trent’anni fa in malo modo, disprezzando chi vi si opponeva.

Le reunion degli a-non più-post comunisti *

Si festeggiano i cent’anni de l’Unità, si festeggiarono quelli del PCI, e ora si sono ritrovati a Firenze gli ex FGCI con tanto di D’Alema e compagnia.

Io amo tutto di quella storia e sono sempre stato vicino a Pietro Ingrao e alla sinistra PCI. Non mi sento quindi ai margini e mi sentirò sempre un comunista del PCI. Faccio questa premessa per dire che quello che sto per scrivere non ha a che fare con alcun tipo di risentimento o di avversione per la storia del PCI e per i suoi protagonisti, anche quelli più lontani da me.

Voglio però dire che queste celebrazioni mi lasciano senza entusiasmo alcuno. Infatti, sfilano in queste varie passerelle compagne e compagni che uccisero il Partito nel 1989, non solo e non tanto per convenienza elettorale, ma per profonda convinzione politica e culturale. Alcuni confessarono addirittura la vergogna di essere stati comunisti. Qualcuno disse che in realtà non lo era mai stato.

Ecco, a me un poco irrita che coloro che uccisero il PCI in malo modo si ritrovino oggi come reduci di una storia gloriosa, quella storia che rifiutarono più di trent’anni fa. Lo fecero proprio in malo modo trattando chi si oppose allo scioglimento del partito come vecchi nostalgici – quando andava bene – o addirittura come stalinisti.

Certamente, non sono così ingenuo da pensare che la sopravvivenza del partito avrebbe salvato la sinistra italiana dal suo declino, declino che riguardò e riguarda peraltro tutta la sinistra europea di qualsiasi confessione. So, però, che in Italia si distrusse in pochi anni un grande patrimonio politico e filosofico proprio per il desiderio di non essere considerati neppure più ex-comunisti, per allontanare da sé qualsiasi sospetto.

So che furono irrisi coloro che ancora provarono a parlare di alienazione, macchine, tecnica, orizzonte comunista e della liberazione, mediazione, ruolo del parlamento e sistema proporzionale, importanza fondamentale dei partiti di massa per la tenuta democratica di un paese.

Tutto questo stava certamente scomparendo dal lessico di tutta la sinistra europea e gli ex comunisti italiani non fecero eccezione. Però, il partito italiano erede della monumentale riflessione di Antonio Gramsci aveva il dovere di salvare il patrimonio politico-culturale e filosofico della sua storia e di rispettare chi – senza alcuna ottusità ideologica, proprio in quanto erede di quella storia – cercava di tenere aperto l’orizzonte del comunismo anche in un partito che non si sarebbe più chiamato comunista.

Oggi, nel giorno in cui si festeggiano i cento anni de l’Unità di Antonio Gramsci, è certamente giusto ricordare e celebrare. Io, comunque, proprio non ce la faccio a vedere i soliti noti celebrare e festeggiare. Ammirerei di più la coerenza e la serietà di non andare.

Capisco però che, finita la stagione del governo e dei sogni di gloria, ci sia chi non abbia alcun riparo politico e sentimentale se non quello della storia passata che ai quarantenni d’allora sembrava un impaccio e oggi invece è l’unica cosa a cui aggrapparsi per sentire di poter credere in qualcosa, di essere stati davvero qualcosa, di avere diretto grandi organizzazioni e non solo strapuntini governativi.

* Per gentile concessione di Claudio Bazzocchi dalla sua pagina FB

 

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