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venerdì 3 Dicembre 2021
AgoràQuando Pietro Ingrao si scagliò contro l'Europa

Quando Pietro Ingrao si scagliò contro l’Europa

Pietro Ingrao nel 1957 tenne un intervento con il quale spiegava le ragioni della contrarietà all’ingresso dell’Italia nella nascente Comunità Europea.

Pietro Ingrao e il novecento italiano

Il 27 settembre del 2015 moriva a Roma Pietro Ingrao, cento anni compiuti da poco, partigiano, a lungo direttore de l’Unità e presidente della Camera durante il rapimento Moro, una figura storica del Partito comunista italiano.

Ingrao è stato uno dei padri della Repubblica, un protagonista del Novecento che ha vissuto intensamente cento anni della storia del nostro paese: la lotta partigiana, la guerra, la direzione de l’Unità, il rapporto con l’Urss, la guerra di Corea, Stalin, il 1956 ungherese, il Vietnam e l’autunno caldo, Moro, la crisi della democrazia dei partiti, il 1989 e la crisi dell’idea comunista. La fine del partito.

Alla sua morte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dichiarò:

Ingrao è stato un leader importante nella nostra storia repubblicana. È stato presidente della Camera in un passaggio travagliato e difficile della vita del Paese. Non ha avuto paura di esplorare terreni nuovi, né di esprimere dissenso anche quando questo lo ha esposto a sacrifici sul piano personale. Nel difendere il proprio punto di vista ha tuttavia sempre cercato di assumere una visione nazionale e di tenere vivo il confronto con gli altri. La sua passione resterà un patrimonio del Paese e la sua libertà interiore è un esempio per le giovani generazioni.

Quando Pietro Ingrao si scagliò contro l'Europa

Pietro Ingrao contro la Comunità Europea

Il 30 luglio 1957, Pietro Ingrao tenne un intervento con il quale sosteneva il voto contrario del PCI all’ingresso dell’Italia nella Comunità Economica Europea (CEE), istituita dal Trattato di Roma il 25 marzo, progenitrice dell’odierna Unione Europea.

Ecco il testo del suo intervento.

Ci spiace non essere d’accordo con l’onorevole Pella quando, nella conclusione del suo discorso, affermava che in questo momento destinataria dei nostri voti sarà l’idea dell’Europa e che noi stiamo qui a votare pro e contro questa idea.

Non pensiamo che le cose stiano così e che la votazione avvenga in questi termini. Noi non stiamo votando sul principio dell’integrazione europea, sulla giustezza o meno di questo principio.

Noi siamo qui a votare su questa integrazione dell’economia italiana che ci viene proposta, sul modo in cui i trattati internazionali in esame si inseriscono nella realtà concreta e storica del nostro Paese e dell’Europa, sulle forze che guidano questa integrazione, sui fini che si pongono, sulle prospettive che essi aprono. Ed è contro questa integrazione, così come è organizzata e obiettivamente si sviluppa, che interviene il nostro no, e ciò per un ordine di motivi che riassumerò rapidamente.

In primo luogo, questa operazione apre la via al rafforzamento del predominio dei grandi gruppi monopolistici internazionali ed interni […]. Di qui il significato che per noi hanno questo trattato e questa politica e questo non solo dal punto di vista della struttura economica e dell’avvenire del nostro Paese, ma da quello stesso della causa democratica in Italia.

Si tratta di forze che sono state riconosciute come nemiche della democrazia italiana, e non solo da noi, che sono state individuate come la causa dell’arretratezza del nostro Paese, l’origine di quegli squilibri e di quelle diseguaglianze di cui ancora poco tempo fa sottolineavamo la gravità […]. Si tratta infine delle forze che sono state all’origine della tragedia fascista, della guerra che abbiamo sofferto e della involuzione di questi anni di regime clericale.

Perciò noi vediamo nella linea a favore dei grandi gruppi monopolistici, che emerge da questo trattato, una linea politica generale che va contro il corso indicato dalla nostra Costituzione […].

In secondo luogo noi voteremo contro questi trattati perché l’integrazione che in essi viene proposta nasce sul ceppo della politica atlantica […] una politica che non è di unità dell’Europa, bensì di blocco e di rottura dell’Europa. […]

Inoltre, votiamo contro questi trattati per la posizione che abbiamo assunto a favore del movimento di liberazione del mondo coloniale. Non ho bisogno di ripetere cose largamente dette e ripetute da questi banchi e ricordate testé anche dall’onorevole Basso.

Questi trattati accendono un’ipoteca sull’economia e sui territori nord africani, ipoteca che i popoli nord africani respingono e considerano lesiva della loro sovranità. Da questa ipoteca nessun guadagno viene per noi, bensì un danno per la nostra agricoltura e una corresponsabilità nostra.

Infine, votiamo contro questi trattati per il posto che da essi vien fatto al grande capitale tedesco, al riarmo e al ritorno del militarismo tedesco. […]

Si è detto che il nostro sarebbe un voto di opposizione sterile. Se ciò vuol dire che non esistono in questa Camera in questo momento rapporti di forza tali da permetterci di respingere i trattati, è vero, è così; ma noi non abbiamo mai valutato il peso del nostro voto dal successo immediato che esso poteva realizzare nell’attimo della votazione e non lo abbiamo mai valutato solo dal riflesso che aveva nella nostra Assemblea.

Abbiamo guardato sempre alle prospettive future, al paese, e, insieme, alle forze di cui parlavamo qui dentro.

Votando contro questi trattati intendiamo indicare alla classe operaia una prospettiva di autonomia e di lotta, intendiamo chiamare la classe operaia a battersi assieme a tutte le forze sane minacciate da questi trattati, per dare un corso diverso alla politica internazionale, per raggiungere la pace, la distensione e il rinnovamento democratico dell’Italia.

 

 


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