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La cronaca continuamente ci ricorda l’ipocrisia del diritto internazionale: rigoroso con i deboli, inesistente per i forti. Dal confronto con Russia-Ucraina e Cina-Taiwan emerge un sistema fondato su doppi standard e forza, non giustizia.
La favola del “diritto internazionale”
C’è un momento, puntualmente ignorato, in cui il dibattito sul diritto internazionale smette di essere giuridico e diventa teologico. Accade ogni volta che gli Stati Uniti violano apertamente qualunque principio di sovranità altrui e qualcuno, con aria improvvisamente disincantata, scopre che il diritto internazionale “in fondo non è mai esistito”. Osservazione non priva di fondamento, certo, ma spesso usata come una comoda assoluzione preventiva. Se non esiste, allora nessuno lo viola davvero. Peccato che le cose siano un po’ più complicate.
Dal punto di vista teorico, l’obiezione è antica: tra Stati sovrani non può esistere un diritto pienamente vincolante, perché manca un’autorità terza capace di imporre norme e sanzioni efficaci. L’ONU nasce proprio per colmare questo vuoto. Il problema è che, nella pratica, l’ONU funziona come un tribunale selettivo: severissimo con i deboli, distratto con i forti. Le “condanne” diventano operative solo quando colpiscono Paesi periferici; quando invece il banco degli imputati dovrebbe ospitare Washington, il procedimento si dissolve in un comunicato stampa.
Il diritto senza giustizia
Fin qui, verrebbe da dire, nulla di nuovo. Ma fermarsi a questa constatazione significa confondere il diritto con il suo simulacro. Il diritto è la forma, non la sostanza. Senza un senso di giustizia – informale, non codificabile, ma essenziale – ogni sistema giuridico è un involucro vuoto. Possiamo anche vantare la “Costituzione più bella del mondo”, ma se chi la interpreta è privo di qualsiasi tensione verso la giustizia, resta poco più di un soprammobile istituzionale.
Quando si passa dal piano formale a quello sostanziale, la realtà diventa meno rassicurante. Non esistono quasi mai divisioni nette tra giusto e sbagliato, bensì proporzioni, pesi, contesti. È un terreno scomodo, che richiede onestà intellettuale e una certa resistenza alla propaganda. Non sorprende che venga frequentato da minoranze sempre più esigue.
Un modo utile per orientarsi è il confronto tra casi simili. Ed è qui che l’intervento militare statunitense in Venezuela diventa istruttivo. Dalle dichiarazioni pubbliche di Trump emergono con chiarezza non solo le consuete giustificazioni di facciata – narcotraffico, sicurezza interna, presenze straniere ostili – ma anche qualcosa di più brutale e, almeno, sincero: il controllo diretto della produzione petrolifera venezuelana e una gestione americana del Paese “fino a una transizione adeguata”. Tradotto: occupazione temporanea, a tempo indeterminato.
A corollario, l’avvertimento neppure troppo velato a Colombia e dintorni: quanto accaduto a Caracas può succedere a chiunque. È la dottrina Monroe in versione reality show, con Trump nel ruolo di presentatore.
Doppi standard ben oliati
Le motivazioni addotte sono tre: sicurezza interna degli Stati Uniti, controllo delle risorse energetiche (il Venezuela possiede circa il 20% dei giacimenti mondiali di petrolio) e riaffermazione del ruolo coloniale di Washington in America Latina. Nulla che non conoscessimo già, ma raramente espresso con tanta disinvoltura.
Ora, proviamo a confrontare questo caso con altri due che infiammano il dibattito globale. Primo: Russia e Donbass. Qui la violazione del diritto internazionale è evidente. L’invasione di uno Stato sovrano lo è sempre, come lo sono state quelle americane in Iraq, Libia o altrove. Tuttavia, sul piano informale, Mosca ha addotto motivazioni non campate in aria: la minaccia concreta dell’allargamento NATO ai propri confini più vulnerabili e la tutela di popolazioni russofone effettivamente discriminate. Questo non assolve la Russia, ma rende il quadro più complesso di quanto raccontato nei talk show.
Secondo caso: Cina e Taiwan. Se Pechino intervenisse militarmente, ci troveremmo di fronte a una violazione del diritto internazionale molto più ambigua. Taiwan non è uno Stato pienamente riconosciuto; lo è da una manciata di Paesi minori. Fino a quando gli Stati Uniti non hanno iniziato a militarizzare l’isola, la Cina aveva gestito la questione con relativa cautela. Oggi, con basi americane che stringono il suo spazio marittimo come una morsa, le preoccupazioni di sicurezza cinesi appaiono tutt’altro che fantasiose. Per di più, Taiwan è culturalmente e linguisticamente cinese. Un dettaglio che, curiosamente, scompare dalle analisi indignate.
A questo punto il confronto è impietoso. Il Venezuela non confina con gli Stati Uniti, non minaccia i loro confini, non appartiene alla loro sfera culturale. Eppure viene trattato come un protettorato ribelle. Se domani qualcuno fingerà stupore di fronte all’ennesima escalation, sarà solo l’ennesima replica di una commedia già vista. Con finale annunciato.

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