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La semplificazione non rende la politica più accessibile: la svuota. Tra slogan, infotainment e cultura ridotta a contenuto, il pensiero critico viene scoraggiato. I giovani non fuggono dalla politica: reagiscono a un sistema che ha rinunciato alla complessità.
La dittatura della semplificazione
C’è un equivoco che attraversa il dibattito pubblico contemporaneo come un rumore di fondo costante e fastidioso: l’idea che la semplificazione sia un valore. Che rendere tutto più facile, più rapido, più immediato equivalga automaticamente a rendere tutto più accessibile. È un’illusione comoda, ma profondamente falsa. Perché ciò che oggi viene semplificato non è soltanto il linguaggio: è il pensiero stesso.
Viviamo immersi in un flusso informativo continuo, veloce, apparentemente infinito. Le notizie scorrono, i contenuti si accavallano, le opinioni si consumano nel tempo di uno swipe. In questo scenario, la complessità non è solo scomoda: è strutturalmente incompatibile con il modello economico che governa la produzione e la circolazione delle informazioni. Un modello che ha bisogno di messaggi rapidi, emozionali, facilmente assimilabili e, soprattutto, immediatamente monetizzabili.
La semplificazione, dunque, non è un incidente di percorso. È una strategia.
Strategia di un capitalismo avanzato che non ha alcun interesse a formare soggetti critici, ma necessita di individui reattivi, prevedibili, costantemente stimolati e rapidamente saturabili. Il pensiero complesso rallenta, crea attrito, produce dubbi. E il dubbio è un pessimo alleato del consumo.
E qui si inserisce la progressiva desertificazione culturale che osserviamo da anni. La cultura, ridotta a contenuto, perde la sua funzione trasformativa e diventa intrattenimento. Un intrattenimento spesso raffinato, talvolta persino “impegnato”, ma privo di quella capacità fondamentale di mettere in discussione l’ordine delle cose.
La cultura, per sua natura, è stratificata, ambigua, storicamente situata. Richiede tempo, studio, fatica. Semplificarla non significa renderla più democratica: significa svuotarla.
E quando la cultura viene svuotata, ciò che resta è una superficie levigata, facilmente consumabile, ma incapace di produrre consapevolezza. Una cultura semplificata non emancipa, non disturba, non apre conflitti. Al massimo accompagna.
È su questo terreno che va letto anche il rapporto sempre più fragile tra giovani e politica.
Alcuni dati
Secondo l’Istat, gli ultimi dati disponibili su questo tema specifico sono del 2021 e indicano che il 26,3% dei giovani dai 14 anni in su csi disinteressa totalmente di politica, di cui solo un 23,5% ammette di farlo per sfiducia, mentre il restante 63,4% per puro disinteresse (di poco migliori rispetto al 2019 dove si contava un 25,5% di sfiducia e un 64,9% di disinteresse).
In un paese in cui gli over 55 sono 24 milioni ai giovani manca non solo la rappresentanza, ma l’associazione da cui poi nasce l’attivismo politico. E di questa mancanza associativa sicuramente l’ambiente sociale è complice, così come il mondo dei social media (gli under 35 per un quarto si informano solo tramite i social network).
Una narrazione da rovesciare
Si ripete ossessivamente che le nuove generazioni sono disinteressate, apatiche, incapaci di impegno. Ma questa narrazione rovescia le responsabilità. Non sono i giovani ad essersi allontanati dalla politica: è la politica ad aver smesso di offrire strumenti per comprendere la realtà.
La politica contemporanea parla la lingua della pubblicità. Vive di slogan, di polarizzazioni artificiose, di narrazioni semplificate fino al ridicolo. Riduce conflitti complessi a contrapposizioni elementari, trasforma problemi strutturali in questioni di carattere, sostituisce l’analisi con la performance. In questo quadro, la politica non appare più come uno spazio di elaborazione collettiva del futuro, ma come una competizione permanente per l’attenzione.
Perché un giovane dovrebbe riconoscersi in tutto questo? Perché dovrebbe investire tempo ed energie in un discorso pubblico che non spiega, non approfondisce, non offre prospettive, ma si limita a gestire l’esistente attraverso parole sempre più vuote?
L’allontanamento dei giovani dalla politica non è un rifiuto dei valori, ma una reazione razionale a una politica che ha rinunciato a essere all’altezza della complessità del presente. Una politica che non problematizza, non interroga, non costruisce visioni, ma si limita a comunicare.
A rendere il quadro ancora più paradossale è il fatto che si pretende pensiero critico proprio da generazioni cresciute in un ecosistema che lo scoraggia sistematicamente. Un sistema educativo impoverito, un’università sempre più piegata a logiche aziendali, un’informazione spettacolarizzata, una cultura precarizzata e marginalizzata. Con queste premesse, chiedere profondità equivale a chiedere resistenza individuale contro una pressione strutturale costante.
Eppure, senza pensiero complesso non può esistere una democrazia viva. La democrazia non è consenso immediato, non è reazione emotiva, non è semplificazione. È conflitto informato, pluralità di sguardi, capacità di tenere insieme contraddizioni. Quando tutto viene ridotto a messaggi elementari, quando il tempo del pensiero viene sostituito dall’urgenza della risposta, la democrazia si trasforma in una simulazione.
La semplificazione, allora, non è solo una deriva culturale. È un dispositivo di governo.
Ricostruire il rapporto tra giovani, cultura e politica non significa rendere tutto più facile. Significa fare l’esatto contrario: restituire dignità alla complessità, accettare la fatica del pensiero, rifiutare l’idea che le persone siano target da intercettare anziché cittadini da coinvolgere. La cultura non va semplificata. Va rimessa al centro come spazio necessario di elaborazione critica.
Perché una società che rinuncia alla complessità non diventa più inclusiva. Diventa solo più fragile. E infinitamente più manipolabile.

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