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La democrazia evocata da Ezio Mauro su Repubblica come dogma, nasconde decisioni prese altrove e un doppio standard globale: alleati autoritari se utili, “tiranni” se indipendenti. Rifiutare questo metro non è anti-occidentale, ma critica a una parola svuotata e strumentale.
La democrazia di facciata: il doppio standard che l’Occidente chiama valori
Ogni volta che un commentatore autorevole rimprovera la “sinistra” di non riconoscersi nel “metro di giudizio dell’Occidente”, la scena è sempre la stessa: un richiamo solenne ai valori, una lezione di civiltà, e poi il sottinteso. Chi critica l’ordine esistente sarebbe, per definizione, fuori dal perimetro democratico. L’ultimo esempio è arrivato con Ezio Mauro: nel suo editoriale di domenica su “Repubblica” a proposito della guerra in Ucraina e della repressione in Iran ha scritto: “la verità è che un pezzo di sinistra non si riconosce nel metro di giudizio dell’Occidente e nei valori della democrazia”.
Ma il punto non è difendere o attaccare una sigla ideologica. Il punto è capire che cosa si intende, oggi, per “democrazia”.
Se per democrazia si intende un sistema in cui il popolo è sovrano solo nei comunicati stampa, mentre le decisioni fondamentali vengono prese altrove, allora il problema non è chi rifiuta quel termine, ma chi lo usa con leggerezza. Nei paesi europei, molte delle scelte che determinano la qualità della vita – dal lavoro alla sanità, dal welfare alla spesa pubblica – sono subordinate a vincoli stabiliti da organismi tecnocratici privi di legittimazione elettorale diretta. Il potere reale non risiede nei parlamenti, ma in istituzioni sovranazionali che operano secondo logiche finanziarie.
Il consenso verso queste politiche non nasce da un dibattito pubblico aperto, ma viene costruito attraverso un sistema mediatico concentrato, spesso allineato agli interessi economici dominanti. Quando questo consenso si incrina, non si rinegoziano le scelte: si ricorre a governi “di emergenza”, legittimati dalla retorica della necessità, il cui compito è rimettere in carreggiata i conti, non la società. Terminata l’operazione, si torna alle urne per scegliere tra coalizioni che, al netto delle differenze di stile, propongono la medesima agenda economica. Chiamare tutto questo “democrazia” è, nella migliore delle ipotesi, un esercizio di ottimismo semantico.
Il doppio standard dell’Occidente
La seconda accusa, ancora più rivelatrice, riguarda il “metro di giudizio dell’Occidente”. Secondo questa prospettiva, non riconoscersi in esso equivarrebbe a un rigetto dei valori liberali. Ma uno sguardo alla storia recente suggerisce che questo metro sia tutt’altro che neutrale. I governi non occidentali vengono giudicati non per il loro rispetto dei diritti, ma per la loro disponibilità a collaborare con le potenze dominanti.
Regimi autoritari che garantiscono accesso privilegiato alle risorse o fungono da avamposti geopolitici vengono tollerati, quando non celebrati, come “stabili” o “riformatori”. Al contrario, leader che tentano di sottrarre il proprio paese a rapporti di dipendenza vengono rapidamente etichettati come pericolosi o antidemocratici, indipendentemente dal consenso interno o dal contesto. Il criterio non è la libertà dei popoli, ma l’allineamento agli interessi strategici ed economici delle potenze occidentali.
Questo doppio standard non è un incidente, ma una struttura. La retorica dei diritti viene attivata selettivamente, mentre alleati utili possono violarli senza conseguenze significative. È un sistema che confonde deliberatamente valori e convenienze, presentando come universali scelte che rispondono a logiche di potere.
Chi rifiuta questo schema non sta rigettando la democrazia in quanto tale, ma una sua versione strumentale. Non si tratta di negare l’importanza delle libertà civili, bensì di smascherare l’uso politico di un linguaggio che pretende di essere morale mentre giustifica rapporti di dominio. Difendere la democrazia significa anche difenderla dalle sue caricature.
La polemica, allora, non riguarda una presunta infedeltà ai valori occidentali, ma la loro riduzione a slogan. Quando la democrazia diventa una parola passe-partout per legittimare qualsiasi assetto di potere, smette di essere un principio e si trasforma in un marchio. È questa trasformazione che genera rifiuto, non la nostalgia per sistemi autoritari.
In fondo, il vero scandalo non è che qualcuno metta in discussione il “metro di giudizio dell’Occidente”, ma che quel metro venga presentato come l’unico possibile. La storia dimostra che non lo è. E che, spesso, è servito più a proteggere privilegi che a garantire diritti.

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