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lunedì 29 Novembre 2021
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Irpinia 1980, il terremoto della vergogna: quando Pertini s’infuriò

Irpinia 1980: il Presidente Pertini parlò alla Nazione della tragedia, tuonando contro l’assurda disorganizzazione dei soccorsi: un discorso rimasto nella storia.

Irpinia 1980, quando Pertini s’infuriò

Il 23 novembre del 1980 alle ore 19,34, con epicentro ad Avellino, la terra tremò. Il  sisma di magnitudo 6,3 ebbe un effetto devastante su tutta l’Irpinia e in diverse zone della Campania e oltre. Il bilancio fu di duemila e novecento morti, novemila feriti e trecentomila persone rimaste senza casa.

L’immagine shock del tetto della chiesa Madre di Balvano in provincia di Potenza, crollato seppellendo sessantasei persone, quasi tutti bambini che si preparavano per la comunione, fece il giro del mondo.

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Nelle ore successive alla tragedia il Presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò sui luoghi del sisma e, il dolore di tutta la nazione che portava con se, si tramutò in rabbia quando si rese conto della lentezza inammissibile delle opere di soccorso e tuonò contro chi avrebbe dovuto occuparsi di quella immane tragedia.

Come sempre impegni e promesse vennero solennemente sottoscritti dalle autorità responsabili ma la storia che abbiamo vissuto in questi 40 anni ci ha raccontato tutt’altro: di scandalo in scandalo la vergogna ha coperto intere classi politiche e imprenditoriali.

Lo sdegno del Presidente

Sandro Pertini, tornato al Quirinale dopi il viaggio in Irpinia, con un messaggio alla nazione attaccò duramente la macchina degli aiuti, del tutto inadeguata. Il Capo dello Stato, con la sua proverbiale partecipazione, emozionato, raccontò agli italiani nelle case quello che aveva potuto vedere con i suoi occhi: persone che avevano perso tutto, la corsa contro il tempo per tirar fuori i sepolti vivi dalle macerie. Cominciò in quelle ore il dramma dei terremotati lasciati nelle tendopoli allestite alla meno peggio. E ammoni tutti ricordando quant’era accaduto nel 1968 con il terremoto del Belice, in Sicilia, terra ricostruita soltanto dopo anni e migliaia di milioni delle vecchie lire spesi.

Una durissima lezione che, pensando a quanto avvenuto alla città L’Aquila o ad Amatrice, pare caduta nel vuoto ancora una volta.

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Irpinia – Terremoto 1980 – Discorso del Presidente Pertini

 

 

 

Irpinia 1980, il testo integrale del discorso del Presidente Sandro Pertini

Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera.

Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E’ vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non è vero, come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta.

Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: “Ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie”.

Io ricordo anche questa scena: una bambina mi si è avvicinata disperata, mi si è gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Una donna disperata e piangente che mi ha detto “ho perduto mio marito e i miei figli”. E i superstiti che lì vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Ebbene, io allora, in quel momento, mi sono chiesto come mi chiedo adesso, questo.

Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate?

Non bastano adesso. Vi è anche questo episodio che devo ricordare, che mette in evidenza la mancanza di aiuti immediati. Cittadini superstiti di un paese dell’Irpinia mi hanno avvicinato e mi hanno detto: “Vede, i soldati ed i carabinieri che si stanno prodigando in un modo ammirevole e commovente per aiutarci, oggi ci hanno dato la loro razione di viveri perché noi non abbiamo di che mangiare”.

Non erano arrivate a quelle popolazioni razioni di viveri. Quindi questi centri di soccorso immediato, se sono stati fatti, ripeto, non hanno funzionato. Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica.

Adesso non si può pensare soltanto ad inviare tende in quelle zone. Sta piovendo, si avvicina l’inverno, e con l’inverno il freddo. E quindi è assurdo pensare di ricoverarli, pensare di far passare l’inverno ai superstiti sotto queste tende. Bisogna pensare a ricoverarli in alloggi questi superstiti. E poi bisogna pensare a una casa per loro. Su questo punto io voglio soffermarmi, sia pure brevemente.

Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario.

Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui.

Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto. Quindi si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa. Io ho assistito anche a questo spettacolo.

Degli emigranti che erano arrivati dalla Germania e dalla Svizzera e con i loro risparmi si erano costruiti una casa, li ho visti piangere dinanzi alle rovine di queste loro case. Ed allora: non vi è bisogno di nuove leggi, la legge esiste. Ecco perché io ho rinunciato ad inviare, come era mio proposito in un primo momento, un messaggio al parlamento.

Si applichi questa legge e si dia vita a questi regolamenti di esecuzione, e si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l’inverno e attendere che sia risolta la loro situazione.

Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherà, di dolore e di disperazione in quei paesi.

A tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura.

Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi.

 

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