Il senso della vita in Occidente e il fantasma della libertà

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L’Occidente vive una realtà virtuale che nella maggioranza dei casi non padroneggia e non riesce più a pensarsi libero in una società divisa e sclerotizzata, mentre all’orizzonte c’è la sfida crescente degli “emergenti”.

Il senso della vita in Occidente

Dal secondo dopoguerra la vita dell’occidentale medio (elevata per qualità e quantità a standard ideale del globo svariati secoli fa) è diventata la vita di un fantasma.

Il fantasma vive nel parassitismo mediatico, nel consumismo veloce, nell’apparizione-sparizione dei media. L’aspetto fantasmatico, con il passare dei decenni, si è sempre più esteso invadendo ogni spazio privato della vita: la radio, il telefono fisso, la televisione, la propaganda del governo (democratico o dispotico non importa), il lavorare schematico, razionalizzato, con la divisa, la pervasività della pubblicità, le campagne elettorali, internet, un pc in casa, il telefono mobile, internet mobile, i social, le emoticon, tutto è fantasma.

L’uomo occidentale vive una realtà virtuale che nella maggioranza dei casi non padroneggia (l’analfabetismo digitale e informatico la fanno da padroni).

Il fantasma non è la macchina o la tecnica, il fantasma è prima di tutto l’uomo che non riesce più a pensarsi libero.

Quanti oggi devono avere un profilo Linkedin, Twitter o Facebook per avere un lavoro, quanti ci lavorano direttamente (in o tramite), quanti altri comprano su questi siti o fanno pubblicità su questi stessi mezzi. La stessa divulgazione passa ormai in rete; come la cultura, la partecipazione, la divulgazione, la politica, il processo democratico, persino i rapporti più intimi.

Ogni tecnologia diventa specchio e strumento di una generazione: gli over50 coperti dalla tv, i 40 coperti dalla prima ondata di internet (Facebook-Linkedin), i 30 dai vari Tinder e Instagram, i 20 da Tik Tok e via dicendo, si scende sempre più.

Il fantasma diventa l’espulso dell’inconscio umano, un non riassorbito e proiettato dal discorso del padrone, direbbe Lacan. Così l’umanità odierna ridotta a fantasma, ombra non riesce a concepire nessuna libertà.

Posso non possedere una tv, non guardare serie tv, non possedere un telefono e una connessione internet mobile, ma il mio atto di ribellione individuale non ha alcun peso, non cambia il fatto che l’intero mondo è avvolto in una piovra gigantesca legata a doppio filo al potere economico e politico. Posso dismettere uno strumento, ma continuerei ad essere circondato da suoi fruitori, finirei per essere espulso dai discorsi, dagli interessi comunitari, dal comprendere persino l’ironia degli altri.

L’uomo medio non solo non sente questa costrizione, ma non concepisce un’altra libertà.
Entrano in scena in questo i BRICS e gli emergenti in generale, come alterità, ma al contempo fantasmi a loro volta.

Tutto il mondo avverte il benessere come qualcosa da intendersi in senso occidentale; stimiamo oggi la Cina per la sua capacità di produrre in serie automobili, camion, computer, chip, titoli azionari, banche di investimento, villette con giardino.

La fase nazionalista e borghese dello sviluppo, un processo di accumulazione primario (e brutale) per opporsi ai paesi più ricchi, al vecchio centro egemonico nord atlantico: milioni di cinesi strappati dalle campagne, condotti in città, alberi tagliati, animali cacciati.

La Cina ha fatto su scala grande e in pochi anni, quello che il Regno Unito fece lungo tutto l’800 (e che in qualche modo gli USA non hanno ancora terminato).

Le società BRICS, il mondo emergente si caratterizza per la presenza di società organiche, in cui la politica o il partito o la religione o un leader carismatico sono ancora fattori unitari.

Il processo di distruzione dei rapporti intermedi attuato dal capitalismo non è ancora compiuto, in questi paesi esistono contemporaneamente società tribali, clan familiari, caste, partiti comunisti, guerriglieri, a volte narco-stati.

La pluralità (nella sua violenza) caratterizza questi Stati, un afflato di resistenza all’omologazione del capitalismo permane, ma al contempo viene respinta, negata e cancellata come retaggio “primitivo” che impedisce lo sviluppo economico.

Gli emergenti diventano così teatro di un grande processo dialettico tra il fantasma (lo stile occidentale) e quei molti modi di essere umani che il tempo ci ha storicamente fornito, ma al contempo la sfida diventa reale solo nel momento in cui questi accettano il fantasma (e cercano di interiorizzarlo), come in un processo diabolico e al contempo senza soluzione.

Mai come adesso la società occidentale sembra divisa e sclerotizzata, proprio mentre cominciamo a vedere una sfida crescente.

Gran parte della popolazione europea è entrata nella modernità con la Prima Guerra Mondiale. Siamo entrati in quella angusta e fangosa trincea nel 1914 e non ne siamo più usciti. Siamo ancora lì, pieni di oggetti, ma incatenati.

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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