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Il “pensiero unico” si consolida nei talk show permanenti della Seconda Repubblica: format immutabili che polarizzano, delimitano l’accettabile e diffondono l’ideologia neoliberale. Un pluralismo apparente che disciplina il conflitto, spoliticizza le masse e prepara consenso su austerità e guerra.
Cos’è il pensiero unico
Porta a Porta è in onda ininterrottamente dal 1996; Giovanni Floris tra Ballarò e DiMartedì dal 2002; Piazza Pulita dal 2011; Che Tempo che Fa dell’annuente Fabio Fazio dal 2003; Carta Bianca dal 2016; la satira di regime di Diego Bianchi strascica romanesco immaginario dal 2013; Rete4 ingolfa la programmazione con la triade Giordano, Del Debbio, Porro dal 2012.
Nella Rai democristiana di Bernabei non esistevano programmi così concepiti, fortunatamente. Esistevano le Tribune Politiche. Ma quelle consistevano in approfondimenti istituzionali; erano seriosamente cadenzate dalle necessità costituzionali. Tra l’altro neanche i varietà del sabato sera si permettevano questa impudica longevità.
La Rai della lottizzazione partitocratica e così le prime tv private si concedevano qualche leggerezza in più, qualche talk show più combattuto ma mai per fare Spettacolo. Poltroncine affiancate da posaceneri con ponderate disquisizioni teoretiche. Sanguineti e Moravia che normalizzano la lotta armata, Monicelli che bullizza Nanni Moretti, Craxi che fuma sigarette a mo’ di calumet della pace come se fosse in una tenda indiana. Nessuno ricorda né i titoli né i conduttori di questi programmi.
Perché dunque, da un certo punto della storia, le star del giornalismo sembrano essere intoccabili con format che attraversano generazioni sempre uguali a sé stessi? La risposta è assai semplice. Quello della Prima Repubblica, al di là delle fantasie, smaccatamente suggerite da Washington, di Pannella e dei suoi sodali logorroici, non era un Regime. Quello della Seconda Repubblica sì.
Queste trasmissioni sono essenziali perché funzioni alla perfezione la forza divulgativa dell’ideologia neoliberale. Misurano il dibattito pubblico e lo rinchiudono in omogeneizzazioni polarizzanti. Centrodestra/centrosinistra, maschio/femmina, immigrato/autoctono, gay/etero. Oppure stabiliscono dei confini al di fuori dei quali prospera l’inaccettabile: la Russia, Hamas, l’Iran, Maduro, i no vax, tra poche ore Cuba e tra le righe la Cina.
Mantengono le redini dell’istupidimento di massa, della spoliticizzazione articolata tra i vari segmenti della società. Promuovono quello che Gramsci chiamava “chiacchiericcio carnevalesco”, quando i partiti, preda ormai degli enti economici, si trovavano a discutere di quisquiglie. Dettano l’agenda neoliberale soprattutto nei momenti dirimenti.
Oggi, per esempio, si fanno megafono di quella minoranza dittatoriale che riduce la realtà delle cose alla propagazione del virus antisemita. E quando ci saranno da imporre lacrime e sangue nel nome dell’austerità bellica, ecco che cammineranno tutti a braccetto. Non dimentichiamolo. Da noi la maggioranza Ursula è viva e vegeta. Altro che divisioni. Altro che opposizioni.

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