Il neoliberalismo non esiste? No, siete voi che non lo vedete

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Il neoliberalismo non è un’astrazione: è una pedagogia sociale che forma individui competitivi e autoimprenditoriali. La scuola diventa laboratorio di adattamento al mercato, mentre la critica si riduce a folklore culturale incapace di cogliere il vero potere.

Il neoliberalismo è un’astrazione?

Con le roventi polemiche sulla scuola di questi giorni torna in auge un vecchio adagio proprio degli ambienti più chic, di quella sinistra un po’ incipriata che sa impaginare i cartelloni teatrali. La recita a soggetto si arrampica su un solito canovaccio, pronto a essere sfoderato quando le certezze ultrasecolari sull’antiautoritarismo del diritto ad avere indefinibili diritti personali, si sfibrano nell’apparizione crudele della realtà. In quel preciso momento, il colpo viene sferrato puntuale, ed è di quelli che strozzano il respiro, che annientano la dialettica: il neoliberalismo non esiste. Oppure si riduce a un’astrazione.

Sì è vero. In quei palcoscenici l’argomento è stato studiato poco. Ancora si pensa di lottare contro la borghesia bigotta, clericale, cripto-fascista, che moralizza i costumi e bacchetta nelle classi le mani degli asini. Si vivrebbe in una lunga propaggine sessantottina quando l’assemblearismo sconfiggeva la rigidità burocratica della gerarchizzazione sociale, incarnata nella figura del padre.

Chi naviga in quegli spazi di formazione carismatica della personalità, non sa o non vuole sapere quanto il capitalismo abbia cambiato pelle, prima di tornare a sfoderare, con il trumpismo, un po’ di vigoria muscolare. E non vuole discutere dell’ideologia che ha romanzato il capitalismo in novella abbacinante, libertaria e inclusiva.

Al massimo si può concedere una conversazione distratta sul neoliberismo. Ma è relegata a spunti di meccanica economica, a un “certo le privatizzazioni, tutte brutte e cattive”. Il tema, però, finisce lì. Non apre all’esistenza di un neoliberalismo filosofico. Quindi al riconoscimento di una struttura organica di pensiero che permea i comportamenti individuali, che assoggetta gli esseri umani a un “saper essere”, che disciplina le passioni e le irreggimenta in portamenti preconfezionati.

Si scoprirebbe che in realtà gli Stati, dalla rivoluzione neoliberale in poi, non hanno solo ampliato la capacità di agire al profitto privato, non hanno solo permesso una dislocazione immateriale degli investimenti, non hanno solo costituzionalizzato il diritto a mercificare qualsiasi bene nel nome della cosiddetta giustizia di mercato.

Oltre a tutto ciò, hanno dovuto mettere in piedi meccanismi pedagogici per fabbricare un soggetto imprenditoriale, capace di introiettare nel proprio spirito esistenziale i meccanismi di funzionamento dell’impresa, tra scelte razionali, investimenti, costi e benefici, perché si potessero definitivamente psicologizzare le questioni sociali.

Questo perché, per il neoliberalismo, il mercato non costituisce più un ordine naturale della vita umana, bensì si manifesta come un costrutto sociale, animato dalla volontà spontanea degli individui. I quali, dunque, devono ricevere un’educazione appropriata perché la vita di mercato sia immagazzinata sin dall’infanzia.

Lo Stato neoliberale non è un ammodernamento del vecchio laissez-faire tardo ottocentesco. Si nutre di un interventismo politico del capitalismo che impagina la società in termini totalitaristici, in quanto da un lato costituzionalizza irreversibilmente l’economia di mercato e dall’altro assoggetta psicologicamente le masse alla vita concorrenziale. Ed è un totalitarismo che, nella sua opera pedagogica, non procede per negazioni. Anzi, si rende allettante con fare persuasivo, con spinte gentili, con inclusività partecipata.

Ed ecco il compito speciale dato alla scuola. Quando si affacciarono le riforme dei decreti delegati per una giusta democratizzazione degli istituti, il neoliberalismo approfittò del nuovo clima culturale improntato a una radicalizzazione del “vietato vietare”, per presentare la propria ricetta di liberazione dell’ essere umano, che, d’ora in poi, doveva far leva solo sulle proprie forze e sulla propria scintilla creatrice.

Cosicché il pedagogismo democratico dell’individualizzazione didattica si è risolto, mano mano, in uno strumento utile alla fabbricazione del soggetto imprenditoriale che rompe il legame con la collettività per concentrarsi esclusivamente sulle proprie competenze. Col tempo imparerà a medicalizzare farmacologicamente i propri fallimenti senza avere ormai la coscienza critica necessaria perché sia costruito un orizzonte di riscatto politico.

Negare l’esistenza del neoliberalismo, oltre a rappresentare una dinamica di pigrizia ideologica, è esercizio utile alla propria conservazione culturale, alla riproduzione seriale di pubblicazioni, spettacoli, filmografia, di un armamentario culturale tutto incentrato sull’esaltazione delle esperienze vissute in un incessante percorso autobiografico. Allo stesso modo la Scuola pretende che ogni studente sia, una volta formato, in grado di vendere il romanzo della propria vita.

Questa via al fanatismo individualista è chiamata “didattica democratica”. Mentre, per citare Marcella Mauthe, la scuola democratica è quella dove bocciano anche i ricchi e non quella dove tutti sono accompagnati sul podio. Tanto poi saranno le università private e i master internazionali a pagamento a cristallizzare l’ingiustizia sociale.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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