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Dopo Gaza, una parte del giornalismo d’élite archivia l’imbarazzo e torna all’ordine: moralismo, superiorità occidentale e campagne contro il dissenso interno. Non informazione, ma disciplina. Il fanatismo non è un incidente: è una funzione.
I questurini
Non vedevano l’ora di vendicarsi. Stefano Cappellini, Michele Serra, Paolo Flores d’Arcais e con loro tutta la militanza padronale del giornalismo pregiato.
Indispettiti, erano stati costretti, causa l’apparizione mastodontica del genocidio di Gaza, a sopportare le mobilitazioni di massa per il popolo palestinese. Sì, certo, con tutti i distinguo su Hamas, sul 7 ottobre; ma, con malcelata sufficienza, si arresero all’evidenza dei corpi sotterrati dalle macerie.
Ora però quella costrizione, indotta dal timore di perdere credibilità, si sta rovesciando in rabbia, in sentenziosità moralistica, perché fu un inciampo non potersi schierare allora dalla parte dei mecenati che assicurano, con puntualità cronometrica, stipendi, visibilità e deferenza sociale.
E così, oggi si ritrovano nuovamente nelle loro adunate di regime, con quattro gatti reazionari al seguito, a invocare superiorità morale dell’Occidente, a evocare l’apparizione di un trumpismo progressista, che sappia dosare a puntino interventi armati e civilizzazione parolaia, che sappia imporre con professionalità l’esportazione distruttrice delle democrazia.
Con tono assertivo ammoniscono chi usava, a loro dire strumentalmente, la questione palestinese per diffondere l’odio ancestrale per la civiltà di mercato, per la professionalità meritocratica, espressioni scintillanti del nostro villaggio globale.
Finalmente possono stappare il loro risentimento per partecipare alle campagne di denigrazione, di persecuzione e di intimidazione nei confronti delle opposizioni di base. Sindacali, politiche e sociali. Ma non in Iran. Qui a casa nostra. Finalmente possono tornare a ragionare con il fanatismo tipico dei questurini.

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