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L’uccisione di Khamenei viene celebrata in Occidente come trionfo morale. Ma eliminare un leader sovrano è un atto geopolitico che rafforza la narrativa martiriologica sciita e radicalizza lo scontro. Tra cinismo imperiale e tifoserie europee, la storia non è finita.
Due gangster (Usa e Israele), un martire (l’Iran) e una folla di ridicole tricoteuses (l’Europa)
– Fausto Anderlini*
Un plurigenocida criminale certificato e un plutocrate psicopatico frequentatore di un noto circolo di sadici pedofili hanno provveduto all’assassinio di Khamenei, uomo probo, capo religioso, fine letterato che parlava quattro lingue, guida di una rivoluzione.
Per la gioia dei vassalli prosseneti del “libero Occidente” e dello Stato di diritto, felici di assistere allo spettacolo della liquidazione violenta dei leader degli “stati canaglia” come tante tricoteuses. Gente adusa alla libidine godereccia dell’horror, giubilante nel vedere la testa di Saddam resecata dal cappio e quella di Gheddafi martoriata dal linciaggio. Che si compiace di infierire sul cadavere. Stupidi e necrofili che non sanno che così preparano il loro destino quando i popoli oppressi li chiameranno a giudizio.
Persino diversi che criticano l’aggressione israelo-statunitense si peritano di precisare che comunque “non verseranno lacrime” per il tiranno sterminatore degli oppositori al regime. Balordi tremebondi che mettono le mani avanti per non trovarsi esclusi dal mainstream imperiale. Eppure proprio gli europei dovrebbero sapere (e questa lacuna dimostra tutta la loro ignoranza) che il terrore si accompagna naturalmente alle vere rivoluzioni e che spesso ha nella virtù inflessibile quanto intransigente il proprio motore.
Peraltro i giustizieri, per quanto si sforzino di dissimulare la propria natura, non hanno nessuna delle caratteristiche morali che si sposano con la temperanza e la comune empatia per l’umanità. Sono piuttosto il nichilismo fatto persona, idolatri di nessuna legge morale che non sia la forza proditoria, la supremazia, la ricchezza. Entità diaboliche partorite dal male, espressione di una decadenza e della crisi vertiginosa di egemonia ideale che ne consegue.
Nella loro abissale ignoranza non hanno neanche valutato che, uccidendo Khamenei, un religioso di quasi novant’anni, non hanno fatto altro che corrispondere alla profezia martiriologica che connota l’islamismo sciita, confermandone la forza tragica e la capacità di resistenza. Un atto politicamente idiota.
Ci si trastulla nella vulgata dell’Oriente come regno della tirannia dispotica su masse passive e informi. Sicché, uccidendo il “capo”, tutto il corpo sociale è destinato a franare. Un colpo da cecchino a distanza per il cambio di regime. Senonché qui non siamo a Gaugamela. Khamenei non è Dario, né ha davanti l’ardore di Alessandro. Che in fondo ammirava l’aggredito e si fece presto sedurre dalla civiltà conquistata. Ma solo dei gangster.
La rivoluzione iraniana non si lascia irretire nello schema del dispotismo asiatico e, come tale, ha molti punti in comune con le rivoluzioni dell’Occidente. La Repubblica islamica è un organismo complesso innestato nella grandezza di una peculiare realtà storica. Se non ne uscirà rafforzata, con ogni probabilità venderà cara la pelle.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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