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martedì 30 Novembre 2021
AgoràFemminicidi, la prevenzione è un disastro: le donne non sono protette

Femminicidi, la prevenzione è un disastro: le donne non sono protette

Femminicidi, tra errori della polizia e attenuanti dei giudici, le donne non sono protette dall’ordinamento italiano

Femminicidi, la prevenzione è un disastro

Tra gli elementi di criticità  ci sono le minimizzazioni delle richieste di aiuto e la facile concessione di attenuanti per i colpevoli.

I dati sui femminicidi in Italia, rilevati dalla Commissione parlamentare di inchiesta, restituiscono la fotografia di un Paese in cui le donne non sono ancora sufficientemente tutelate dall’ordinamento: leggi e sentenze faticano a stare al passo con le urgenze imposte dalla violenza di genere.

Buona parte del rapporto sulle donne uccise in italia per motivi di genere si concentra sulle criticità nell’operato della polizia giudiziaria: c’è una frequente “sottovalutazione della violenza riferita o denunciata dalla donna“. Fatto reso più grave se si considera che circa due donne su tre vivono nel silenzio le aggressioni che precedono il femminicidio.

Nelle cittadine più piccole, i cui abitanti spesso si conoscono tra loro, spesso le donne sono state addirittura dissuase dalla denuncia. Le forze di polizia, in alcuni casi valutati dalla Commissione, hanno derubricato le violenze a semplice lite famigliare, limitandosi “a calmare gli animi“. Peggio, in alcune situazioni di violenza correttamente accertata, “non si è registrato alcun seguito concreto”. Sono state riscontrate persino “minimizzazioni dei gravi maltrattamenti denunciati dalle donne”, circostanza che ha agevolato l’archiviazione di alcuni procedimenti in cui gli atti persecutori sono stati “ridimensionati a mere molestie telefoniche o i maltrattamenti in famiglia ricondotti a lesioni semplici”.

Femminicidi, la prevenzione è un disastro: le donne non sono protette

L’impreparazione della forze dell’ordine

Nel rapporto sono stati rilevati casi in cui la polizia giudiziaria, pur avendo ricevuto richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza che, per paura, non volevano formalizzare una denuncia, non hanno provveduto a comunicare la notizia di reato alla procura, nonostante sia previstao per obbligo di legge.

Il linguaggio utilizzato nelle sentenze o nelle archiviazioni, sottolinea la Commissione, evidenzia un’inesperienza della magistratura nel rispondere adeguatamente al fenomeno del femminicidio. Il documento parla di pregiudizi giudiziari: “le denunce delle donne vittime di violenza, specie se in fase di separazione, in alcuni casi non sono valutate come qualsiasi altra denuncia, ma subiscono una più approfondita valuta­zione di credibilità, nel presupposto che le donne mentono o esagerano”.

I dati sui femminicidi

Di tutti i procedimenti analizzati dal rapporto nel biennio 2017-2018, il 37% è finito in archiviazione: 79 casi, di cui 58 si sono chiuso per la morte dell’autore del femminicidio.

Per l’81,2% dei processi che riguardano l’omicidio di una donna in quanto tale, si è scelto di procedere con rito abbreviato.

La Commissione, tuttavia, nota come «a fronte di un reato così grave, la somma delle sentenze definitive di ergastolo e di condanna a 30 anni è pari al 35,7%, più bassa della somma delle sentenze di pena inferiore ai 20 anni, il 40,8%».

Nelle sentenze di primo grado, tenda a ridurre le pene richieste dal pm: per un 65,7% di richieste di condanna sopra i 30 anni di carcere, al primo grado di giudizio vengono emesse pene oltre i 30 anni solo nel 45,5% dei casi.

Tra la richiesta del pm e la sentenza del giudice, la percentuale di ergastoli si dimezza quella sotto i 15 anni raddoppia. In quasi un terzo dei casi, il giudice ha concesso delle attenuanti al colpevole. Le motivazioni più frequenti: “La confessione, l’incensuratezza, la condotta processuale dell’imputato, la sua età o il suo pentimento”.

Femminicidi, la prevenzione è un disastro
Relazione Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio | Decisioni dei giudici relative alle 98 sentenze definitive (32 in primo grado e 66 in secondo grado) e 20 sentenze non definitive

Il femminicidio, motivazioni

Il documento analizza poi le motivazioni che hanno portato all’uccsione di 197 donne nel biennio. Nella maggior parte dei casi, la rottura della relazione non è presente negli atti giudiziari, nemmeno come intenzione della vittima prima di essere assassinata.

Nei fascicoli, in quattro coppie su 10 si ravvisano segnali di interruzione della relazione: in particolare, il 4,4% delle volte la coppia era di fatto separata, mentre il 9,7% dei femminicidi è avvenuto con una separazione in corso.

Il 23,9% delle donne aveva espresso la volontà di separarsi e dunque: “Il femminicidio si conferma come un atto di volontà di dominio e di possesso dell’uomo sulla donna al di là della possibile volontà di indipendenza e di rottura dell’unione della donna stessa”.

In ultimo, il 57,4% è stato perpetrato dal partner – che in 88 casi su 113 coabitava con la vittima -, mentre il 12,7% delle donne è stata uccisa dall’ex partner.

Femminicidi, la prevenzione è un disastro
Relazione Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio | Le 197 vittime ripartite secondo il rapporto che avevano con l’autore al momento del femminicidio

 

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