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Il Dubai Basketball entra nell’Eurolega: una squadra di un emirato assolutista catapultata nel basket europeo. Non per merito sportivo ma per potere economico. Lo sport diventa vetrina del capitalismo globale mentre la retorica del merito copre lavoro sfruttato e geopolitica selettiva.
Capitalismo e merito: il Dubai Basketball
La concorrenza economica spinge la società intera a migliorarsi, a selezionare chi merita, a premiare il talento di chi, solo con le proprie forze e con la determinazione necessaria, ribalta la propria condizione economica e fuoriesce dai ghetti arrugginiti delle metropoli. Classico esempio di questa costruzione simbolica che ha ormai irretito tanti individui in gran parte del mondo occidentale è quella losca manifestazione sportiva chiamata Eurolega, dove il basket scimmiotta lo scintillio commerciale dell’NBA.
Un campionato a inviti organizzato da privati, come fosse un privé dei locali più à la page di qualche costiera mediterranea, nel quale spicca la presenza della squadra di Dubai. Il Dubai Basketball. Che di certo non ha nulla a che vedere con l’Europa. Ma d’altronde anche Israele gode di questo privilegio sportivo. In certi casi la geografia è concetto sorpassabile, alla stessa stregua del diritto internazionale. Vale fino a un certo punto.
Così abbiamo questa città che, ovviamente per merito, viene catapultata in un altro continente sportivo. E abbiamo questa bella faccia tosta da presentare imperturbabile al resto del mondo: Dubai, quel luogo nel quale gente laboriosa lavora onestamente e risplende nei lunghi corridoi traslucidi dei centri commerciali, dove piscine vista cielo fanno da sfondo a pose costruite per i social e dove gli affari internazionalizzano la civiltà, è una vetrina da esibire con orgoglio.
Tanto civile l’europea Dubai che il suo skyline è un omaggio a quella moltitudine di operai immigrati che si spengono carbonizzati sotto il sole, che si arruolano obbedienti senza alcuna sicurezza, dimenticati nella condizione di schiavitù esistenziale che li lega al loro padrone, sotto l’egida così tanto manageriale di una luminosa monarchia assoluta. Una sharia tutto sommato sostenibile quella di Dubai, quasi inclusiva.
E così il palazzo dello sport di Dubai, la Coca Cola Arena, sì esatto si chiama proprio così, potrà ospitare i tanti cercatori d’oro del management finanziario, gli impresari del Real Estate più spregiudicato, gli influencer mondani stanchi delle metropolitane novecentesche, troppo scalcagnate per i loro standard di credibilità comunicativa.
E potrà annunciare al mondo la magnificenza del capitalismo predatorio, in un ininterrotto e ormai lugubre spot sulle grandi capacità taumaturgiche della democrazia. Perché democrazia, per noi, equivale alla nostra libertà di colonizzare, alla libertà di espandere i nostri profitti. Gli Emirati Arabi Uniti, quindi, sono una democrazia. L’Iran no.

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