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Dalle squadracce di Weimar alla nuova gestapo trumpiana: la violenza normalizzata americana

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Dai Freikorps della Repubblica di Weimar alla democrazia statunitense, una genealogia della violenza legale e simbolica: repressione, darwinismo sociale e razzismo giuridico come modelli condivisi, ieri per il nazismo, oggi nella retorica Maga.

Dai Freikorps a Minenapolis

La primogenitura delle squadracce paramilitari, in Germania, non fu del nazionalsocialismo. La Repubblica di Weimar di Ebert e Noske accolse a braccia aperte i Freikorps per reprimere nel sangue la rivoluzione spartachista, per annientare Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e, con loro, la prospettiva socialista.

Solo in seguito Hitler se ne servì per indirizzare il costume tedesco, per corroborare la volontà di potenza germanica, per controllare l’esercito. La loro capacità repressiva fu però sperimentata in democrazia.

Ed appunto alla più grande democrazia del mondo che Hitler guardava per costruire un sistema giuridico genuinamente razzista. Sì, perché le giurisdizioni di alcuni Stati nordamericani si mostravano esemplari nel praticare una segregazione legalizzata moralmente. Ma è appunto da quel mondo, da quel darwinismo sociale, da quell’imperialismo anglosassone, che il nazismo attinse schemi mentali e valori correnti, retorica sprezzante e volontà distruttiva.

Da tempo quella discorsività è tornata in auge. Dapprima nascosta tra le righe del management competitivo. Lo scarto umano che non possiede qualità non merita. Dapprima quei segnali di dissociazione dalla giustizia erano tutti progressisti. Investire su sé stessi, non tener conto degli altri, rigenerarsi per performare al massimo, conquistare in solitudine l’eccellenza e l’emancipazione. Gli altri non servono, gli altri sono ostacoli. La società non esiste.

Quella sintassi è stata concupita dai Maga. È stata riavvolta dentro la naftalina per essere riscoperta in una tossica purezza. Agenti in blue jeans che abbattono una persona può diventare un’opzione grammaticale negli Stati Uniti d’America. La culla della democrazia, il grande paese delle opportunità, così gli istruiti declamano. Per poi ammorbidire la leggenda con il classico “anche se con grandi contraddizioni”.

Quelle contraddizioni, che noi ingenui chiamiamo ingiustizia, sfruttamento, alienazione, imperialismo, cinismo individualista, ne fanno un luogo macabro, spettrale, imbellettato da lucine colorate al cui riverbero si addormentano i senzatetto.

Un mondo libero che i nazisti presero a modello per la loro idea di perfezione purificata. E di cui noi ancora ci riempiamo la bocca per imporre la legge implacabile della civiltà. La civiltà di sparare in faccia a un passante.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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