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martedì 27 Luglio 2021
AgoràDa Bonucci ai Maneskin: scappa, che arriva la patria!

Da Bonucci ai Maneskin: scappa, che arriva la patria!

Dall’Eurofestival vinto dalla giovane band rock italiana, al trionfo agli europei della squadra di Mancini, un rinnovato spirito popolar nazionalista viaggia nella narrazione italica: arriva la patria e non eravamo preparati!

Arriva la patria!

La contadina italiana che sollecitava la propria figlia a mettersi in salvo dall’arrivo della patria probabilmente avrà vissuto durante i primi anni post unificazione d’Italia, o forse il drammatico periodo della prima guerra mondiale.

Eric Hobsbawm, nella recente antologia di scritti curata da Donald Sassoon dal titolo “Nazionalismo”, Rizzoli Editore 2021, non ne dà notizia. Semplicemente la riporta a mo’ di epigrafe nel capitolo “Bandiere al vento nell’età degli imperi”. Ma tutto sommato la frase può andar bene anche ai giorni nostri.

Andiamo con ordine. Iniziamo dall’evento sportivo in sé per sé, dalla semplice constatazione del percorso della nazionale italiana di calcio. Nella narrazione in voga in questi giorni sembra di aver assistito ad una cavalcata trionfale della squadra italiana, dal gioco migliore, dallo spirito di gruppo, dal visionario allenatore e dal sacrificio (eroico ca va sans dire) dei nostri calciatori che ci ha portato, giustamente e con merito, alla vittoria finale.

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Ecco, dovremmo ricordarci che, a parte l’inutile girone iniziale dove effettivamente si è vista una superiorità netta di gioco rispetto a squadre mediamente inferiori, alla fine abbiamo vinto un europeo vincendo una volta ai supplementari, una volta ai tempi regolamentari e ben due volte, compresa la finale, ai rigori.

Un’onesta narrazione dovrebbe quantomeno sottolineare un certo equilibrio in questo torneo, e una buona dose di fortuna, che i rigori portano sempre con sé.

 

Tanto è vero che solitamente si parla della “lotteria dei rigori”, mentre ora si dà spazio alla bravura del portiere (sacrosanta, per carità) oppure alle banalità tipo “non molliamo di un centimetro”. Una narrazione corretta dovrebbe ricordare che non soltanto il nostro portiere ma anche l’estremo difensore inglese ha parato ben due rigori e che la differenza tra vittoria e sconfitta si è risolta grazie ad un palo.

Un po’ poco per parlare di percorso trionfale, ma molto per fotografare onestamente come in sostanziale equilibrio la finale degli europei. Giusto merito alla nazionale italiana per aver vinto, ma certo non è stato un trionfo.

Questo tipo di narrazione ha sempre bisogno, inoltre, di dipingere l’avversario come il cattivo di turno, abbietto e spesso antisportivo. Non che il Boris Johnson della Brexit non lo sia, e certamente si può ben immaginare cosa sarebbe uscito dalla stampa e dal governo inglese in caso di vittoria.

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Ma questo non toglie il fatto che si è dipinta la nazionale avversaria e i loro supporters come i cattivi, mentre noi i buoni. Fischiare l’inno avversario? Già fatto. E neanche giocava la nostra nazionale, bensì un Germania-Argentina (Italia 90) con quest’ultima rea di averci eliminato in semifinale e aver distrutto il nostro sogno. E allora giù fischi.

Pensate noi al posto degli inglesi, senza vittorie dal 1966 e con la finale nel proprio prestigioso stadio di Wembley. Non c’è certo nulla da giustificare, ma neanche mostrare quel segno di superiorità morale, come a dire che noi non l’avremmo fatto. L’avremmo fatto eccome. Così come molti nostri presunti tifosi avrebbero certo espresso tutto il loro odio e il loro razzismo nei confronti di chi avesse sbagliato i rigori, tanto più se neri.

Nessuno ricorda Balotelli? Oppure il fastidio di molti esponenti politici di fronte ad atleti neri e persino rispetto a vincitori di Sanremo come Mahmood. Insomma, non saremmo certo stati inferiori a loro in quanto a odio e razzismo.

 

Ma c’è anche la vicenda delle medaglie tolte dal collo come gesto di assoluta antisportività. Anche in questo caso si è lasciata passare una lettura falsa. Basta solo ricordare il famoso derby della finale di Coppa Italia tra Lazio e Roma, dove molti giocatori giallorossi si sfilarono, anch’essi, la medaglia. Ma non si stenta a credere che sarebbe potuto accadere anche in altre partite.

D’altronde il nostro campionato di calcio regolarmente ci regala tristi e indegni episodi, tuttavia si è coscientemente dipinto il nostro calcio come più corretto, più sportivo, in poche parole migliore di quello inglese.

Travolti dal successo della nazionale, ci si è lasciati andare a narrazioni, diremmo al solito, trionfalistiche e inneggianti alla nostra superiorità, non solo sportiva. Secondo la stragrande maggioranza dei commentatori questa vittoria porta con sé un rilancio dell’economia, un maggior peso dell’Italia a livello internazionale, un’idea di nazione virtuosa e forte, un’etica del sacrificio e del gruppo.

Vorremmo solo ricordare che questi parallelismi sono stati utilizzati anche per molte altre nazionali vittoriose, prime fra tutte la Grecia che vinse inaspettatamente gli europei nel 2004 in Portogallo e alla quale quella vittoria non precluse certo la profonda crisi economica abbattutasi sul paese qualche anno dopo.

Ma, come italiani, siamo stati anche capaci di celebrare la vittoria dei Maneskin all’Eurofestival (deprimente rassegna canora pop alla quale per molti anni nessuno di noi ha mai fatto attenzione né tantomeno seguito pur distrattamente) quale segno di rinascita culturale e di riscossa del nostro paese.

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Ovviamente il calcio ha un peso maggiore e quindi, pur in presenza di un aumento dei contagi, e nonostante le continue raccomandazioni sulla prudenza, sugli assembramenti, con ancora in vigore il divieto di apertura per le discoteche, non si poteva certo rinunciare alla celebrazione fastosa e anche un po’ pacchiana degli eroi vittoriosi contro la perfida Albione.

Sarà interessante vedere cosa accadrà quando governo, regioni e comuni ci chiederanno nuovi sacrifici a causa del virus persistente, con quale autorità morale potranno imporci divieti e chiusure dopo aver permesso la parata.

Se la narrazione a sfondo calcistico è un must per tutte le stagioni, corroborata da forti dosi di nazionalismo e sciovinismo, una certa subalternità culturale (e politica) della sinistra continua a celebrare e ad avvallare letture assolutamente acritiche e prive di spessore rispetto a personaggi ed eventi del passato e del presente.

Ormai il nazional popolare, una volta vituperato o quantomeno visto con un occhio critico, è assunto come fondamento dell’italianità vera ed esempio di professionalità e alto livello culturale.

Arriva la patria della Carrà, di santi, poeti e navigatori

Dispiace far riferimento alla morte di Raffaella Carrà, simpatica e certo brava showgirl, ballerina e discreta cantante, ma altresì responsabile di un certo tipo di televisione non propriamente di qualità. Sembra ormai irrispettoso o scandaloso raccontare con criterio le gesta di personaggi che hanno avuto le loro indubbie doti e capacità, i loro momenti trasgressivi, ma anche sincere ed oneste cadute di stile.

Non si tratta di togliere meriti o ergersi ad implacabili giudici, né di negare la bravura dei vari Alberto Sordi o Gigi Proietti, o della stessa Raffaella Carrà, peraltro assurta a simbolo di libertà dei costumi, mettendo sotto traccia il valore e l’importanza dei movimenti degli anni Settanta.

Addio a Raffaella Carrà, l'amata showgirl aveva 78 anni

 

Invece appare preclusa proprio la lettura critica ed obbiettiva, il chiaroscuro, l’evidenza di passaggi a vuoto che nulla toglierebbero alla caratura di queste personalità, anzi semmai ne valorizzerebbero gesta e fasi di indubbio successo.

Ma si può avere il diritto (e ne dovremmo avere anche il dovere) di dire, magari sommessamente, che alcune porzioni di carriera, di solito gli ultimi anni, non sono certo all’altezza delle pagine scritte in passato da questi personaggi?

Nelle varie retrospettive dedicate è possibile anche delineare percorsi critici, ombre, tentativi non riusciti, prodotti di basso livello culturale? O dobbiamo attenerci solo a letture acritiche ed agiografiche?

La sensazione è che si voglia, invece, proprio valorizzare quei momenti dubbi, costruendo così immagini univoche e depotenziando nei fatti il reale valore e le gesta di maggior caratura artistica e culturale.

C’è, di fondo, l’idea di mostrare percorsi condivisi, innocui, volti a rappresentare l’anima nazionale del Paese, quella che unisce tutto e tutti, al di là di destra e sinistra, padroni e operai, letture di classe e visioni patriottiche.

È un tipo di narrazione che nasconde i conflitti e anestetizza il fruitore, inserendolo all’interno di un percorso fatto di italianità e buoni sentimenti, dove quello che conta alla fine è l’essere di uno stesso paese, avere gli stessi bisogni ed obbiettivi in quanto italiani, nazional popolari.

Un Noi determinato e plasmato da confini geografici che, seppur declinato a volte in maniera moderata, non fa altro che portare acqua alle narrazioni sovraniste e reazionarie, sempre avvantaggiate quando il discorso vira pericolosamente su accenti nazionalisti. In questo, cosa c’è di meglio se non sfruttare le gesta di una squadra di calcio che trionfa sul male? Scappa, che arriva la patria.

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Alberto Popolla
Musicista, diplomato al Conservatorio di Frosinone in clarinetto jazz e laurea alla Sapienza di Roma in Lettere con indirizzo storico contemporaneo, scrive per Quaderni d’Altri Tempi, The New Noise e Prog Italia, oltre che sul suo blog impropop.blogspot.com. Insegna improvvisazione e storia del jazz in diverse scuole di musica.

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