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Da Gombrowicz al whisky maschio senza fischio passando per Jung: Gigi Proietti, l’ultimo grande mattatore del novecento.
Gigi Proietti e l’arte del disincanto
Il 2 novembre del 2020 ci lasciava l’ultimo mattatore del ‘900 italiano, Gigi Proietti. Ricordarlo tra l’affetto sincero del pubblico che lo ha amato in maniera viscerale, trasversalmente, e i coccodrilli prestampati dei grandi media, è impresa ardua. Ma è il whisky maschio senza fischio a trionfare definitivamente nella memoria collettiva.
Ricordare una carriera conosciuta dai più è forse superfluo, come sottolinearne gli episodi felici (tanti) e quelli meno riusciti.
Potremmo ricondurre la vita e l’arte scenica di Proietti, sia pure in modo traslato, a una personalità egocentrica, sfrontata e narcisa mitigata dall’ironia e dal cinismo antropologico della sua romanità con la quale ha riplasmato una sorta di fenomenologia del disincanto. Eppure Gigi non ha mai smesso di amare le donne, la vita, l’amore, e l’entusiasmo con cui il pubblico lo accoglieva ad ogni apparizione.
Proietti ad ogni suo intervento sembrava quasi lasciare in ombra il suo disincanto per far vivere i suoi personaggi. C’è una battuta rivelatrice nel film Il premio, da lui interpretato nel 2017, in cui interpretava il ruolo di un anziano scrittore in viaggio verso Stoccolma per ricevere il premio Nobel:
“Nessuno basta a se stesso. Scendere dal podio, spostarsi dal centro della scena, è il primo antidoto contro gli orrori della storia.”
Quando Jung incontra Mandrake
Il problema del nostro linguaggio è la sua unilateralità, va costantemente in una direzione per tranquillizzare, senza cogliere la sua predisposizione narrativa al multiverso. Scindendo la psiche immateriale dalla materia inanimata, ci si dimentica che la materia è un concetto mentale e l’Anima è la nostra esperienza vivente nel mondo.
Jung fece di tutto per collegare queste due sfere con i concetti di psicoide, sincronicità, unus mundus, esprimendo una visione della psiche umana che si colloca dialetticamente tra il radicamento nel corpo e la totalità cosmica che lo trascende.
Per riuscire a tradurre la nostra psiche dovremmo quindi intraprendere questa strada in modo inverso: parlare oniricamente, dando spazio all’ immaginazione e di contro, materialmente, vivere sognando lungo l’idea del mito, in una materializzazione della psiche e una psichizzazione della materia.
Questo atteggiamento corrisponde al modo in cui l’anima stessa presenta le proprie richieste. E dunque un whischio fischio senza maschio…
- Stop!
- È un teschio maschio senza fischio
- Stop!
- È un caschio muschio senza fischio
- Stop!
- Col fischio?
- No!
- Col caschio?
… rispecchia profondamente questa visione che fa da filo rosso tra i ricordi della nostra vita.
Perché quando scompare un immortale come Gigi Proietti, in realtà scopriamo non la sua vulnerabilità ma la nostra.
Quando qualcuno che ci ha accompagnato, a suo modo reso migliore la vita, ci lascia, ci accorgiamo di essere meno immortali. Quando muore un idolo, una parte di noi se ne va con lui. È un promemoria. È la candela che si scioglie inesorabilmente.
Febbre da cavallo – Whisky Maschio senza fischio

* Prima versione dell’articolo pubblicata il 2\11\2020
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