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lunedì 29 Novembre 2021
TecnèMusicaI Maneskin e l'inutile questione novecentesca del rock-non è rock

I Maneskin e l’inutile questione novecentesca del rock-non è rock

Ci risiamo. Una delle questioni più futili di sempre nel campo musicale, cioè se una cosa sia rock o meno, torna nuovamente in trend nelle discussioni social e la miccia è stata, nemmeno a dirlo, il nuovo exploit dei Maneskin, la giovanissima band romana che, dopo la vittoria al Festival di Sanremo, concentrato dell’opinionismo italiano per eccellenza, poi quello al kitchissimo Eurofestival della canzone, e ancora la fuga americana con gli Stones da padrini, ora hanno raccolto il trionfo come miglior rock band del 2021 agli MTV Ema, prima volta per un gruppo italiano.

I Maneskin, rock o no?

Ora, al netto di quello che si pensi degli MTV Ema, del fatto che l’Eurofestival sia quella meravigliosa manifestazione che negli anni ci ha fatto scoprire polke dall’Armenia, neo marcelle belle lituane, ensamble etilici dall’Austria e via dicendo, e che il loro pezzo trionfatore a Sanremo, Zitti e buoni, è un clamoroso plagio messo a tacere ingiustamente, per la carriera dei plagiati, (ascoltate l’originale di Anthony Laszlo) resta la carriera folgorante della band.

Da quando finirono secondi nell’edizione di X Factor 11, finendo sotto l’ala protettrice della Sony e di un team di management (e social manager) di altissimo livello (lo stesso che cura Mengoni e la Michielin) la loro carriera ha spiccato il volo. I Maneskin, nemmeno maggiorenni, “piazzano” subito una loro canzone, Chosen, in uno spot pubblicitario della Volvo come colonna sonora dello spot del modello V60.  E balzano al primo posto nelle classifiche dei singoli più venduti, conquistando immediatamente il disco di platino.

Dunque, riepilogando, c’è una band conosciuta attraverso un talent show televisivo con un gran management, che suona discretamente, con un frontman, il buon Damiano, che piace sia alle figlie che alle madri, e la consacrazione al Festival: tutti ingredienti da far saltare i rockettari tout court sulle poltrone: “Eh ma non è rock!”.

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I puristi non li accettano, non ce la fanno proprio, e fanno appello al concetto di autenticità: “Già sentito mille volte. Non sanno suonare. Questo già lo faceva David Bowie, I T-Rex e Marc Bolan…”

Il bisogno di etichettare, distinguere ciò che è giusto e ciò che non lo è, erigersi a detentori della verità dei cultori delle sacre reliquie del rock, decreta la fatwa su ciò che non si può fare, e ciò che è legittimo, in maniera del tutto arbitraria: non è rock.

Ok, forse ci vorrebbe un altro nome, uno più specifico. Prima o poi salterà fuori. Ma nel frattempo, cosa suonano i Maneskin? Cosa rappresentano?

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I Maneskin sono la fuga dal lockdown dei ragazzi

I Maneskin non sono un gruppo, sono un bisogno che noi novecenteschi non abbiamo più. L’ho capito osservando mio figlio 14enne a cui piacciono, assieme a cose diversissime, apparentemente inconciliabili tra loro.

Sono la voglia in strofe e riff di contatto, di libertà, di stare insieme per strada, ai giardinetti, a una festa; sono la voglia di far semplicemente casino. Questa è la differenza con noi adulti, ormai immobilizzati dietro lo schermo di un pc, con i like compulsivi come unico segno di vita e che continueremo anche quando tutto questo delirio pandemico sarà finito.

I Maneskin sono il manifesto dei ragazzi che hanno passato gli ultimi 18 mesi chiusi in casa, andando loro realmente fuori di testa, con l’aumento di nevrosi e disturbi dell’alimentazione schizzati vertiginosamente tra gli adolescenti, la generazione che forse ha più sofferto il lockdown e la chiusura.

Certo, sono una band che piace a tanti, non si vince Sanremo in Italia casualmente; non spaventano i genitori in quanto appaiono quasi come una deviazione programmata, accettabile alla fine per tutta la famiglia.

I genitori di oggi, noi per l’appunto, non siamo quel monolite delle nostra famiglie passate, abituate ai Gianni Morandi, abbiamo un ventaglio di tolleranza molto più vasto. Restano un ascolto fruibile da un pubblico adolescenziale e post-adolescenziale. Ma non è quello che si diceva agli albori del rock?

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Rock o non rock?

Cos’è il rock? Dovremmo fare una tirata sociologica che analizzi gli ultimi 70 anni e troveremmo sempre qualcosa di controverso a smentire le nostre convinzioni. Il rock come ribellione, come energia generazionale, come linguaggio identitario? Tutto vero, ma c’è l’altro lato della medaglia, fin dagli albori: l’adolescente medio ha sempre disposto di un discreto potere d’acquisto, che spesso è stato sinonimo di frenesia a comprare e cercare cose nuove. E l’industria non è mai stata indifferente a queste, anzi, ha assecondato tutto questo, ovviamente, creando prodotti per lui. Anche il rock è stato una ribellione tollerabile in una certa misura.

Dunque è vero tutto e il contrario di tutto. Per noi appassionati, cercando di dare degli stilemi tecnici per la conversazione, potremmo dire che è quella musica dove la chitarra è il motore, il cuore pulsante. Dunque è tutto rock da Robert Johnson ai Sepultura?  Per certi versi si.

Ma qui entriamo nel problema reale della questione musicale: non sono i Maneskin il problema ma noi novecenteschi.

Il rock ha detto tutto quello che poteva dire in questa fase. Non in assoluto, ma per la nostra generazione si. Alle nostre orecchie stanche ormai suona tutto come riproposizione, inevitabilmente già sentito. Per questo nel nostro contemporaneo la rivoluzione sonora non poteva non venire che dall’elettronica: è l’inesplorato con ancor tante possibilità di ricreare la convulsione dei tempi moderni attraverso il magma sonoro delle ritmiche, dei suoni riprodotti da battiti industriali o cosmici.

Tutto ha dei cicli, la musica non fa eccezione. Il rock tornerà centrale, ma avrà nuovamente qualcosa da dire quando non ci saremo più noi dinosauri, custodi annoiati della memoria storica.

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (RockShock Edizioni)

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